CUT WORMS - TRASMITTER
(Jagjaguwar 2026)
Nell’estate del 2024, Max Clarke — meglio noto come Cut Worms — si ritrova ad aprire i concerti per i Wilco durante il loro Tour to Infinity. Per un artista cresciuto nell’orbita emotiva e musicale della band, l’occasione sa di epilogo, ma vibra anche come una soglia: qualcosa si chiude, certo, ma nel gesto stesso di finire lascia intravedere un possibile seguito. Infatti, non si esaurisce sul palco: si estende dietro le quinte, fino a trasformarsi in un invito da parte di Jeff Tweedy a tornare a Chicago e lavorare insieme ai Loft Studios, il luogo che da anni funge da laboratorio sonoro e ideologico per il mondo Wilco. È qui che prende forma Transmitter, un disco che, prima ancora di essere ascoltato, si presenta come un nodo geografico ed emotivo. Chicago — città dove Clarke ha studiato arte e iniziato a registrare sotto il nome di Cut Worms — diventa il centro gravitazionale di un lavoro che oscilla costantemente tra memoria e possibilità. Il titolo stesso suggerisce la chiave di lettura. Transmitter si muove lungo la tensione tra comunicazione e isolamento, tra la compulsione a esprimersi e l’impossibilità di essere ascoltati. Clarke costruisce un universo di canzoni che funzionano come segnali intermittenti, sospesi tra l’intimità confessionale e una forma di straniamento tutta americana. È un’idea che riecheggia, più o meno chiaramente, le ossessioni dello scrittore Don DeLillo — l’individuo immerso in un flusso continuo di informazioni che finiscono per svuotare il significato stesso della comunicazione — così come le suggestioni cosmiche dell’astronomo e divulgatore Carl Sagan, dove ogni messaggio è potenzialmente destinato a perdersi nello spazio: riferimenti esplicitamente citati dallo stesso Clarke. Musicalmente, però, la trasformazione è più sottile. Parlare delle influenze di Cut Worms significa entrare in un territorio dove il tempo sembra piegarsi su se stesso, più che scorrere in linea retta. Si sentono echi evidenti del folk e del pop orchestrale degli anni Sessanta e Settanta, ma Clarke li tratta come materiali vivi. Le melodie posseggono quella qualità senza tempo che richiamano gli Everly Brothers, mentre certe inflessioni vocali e arrangiamenti sembrano dialogare con l’intimismo eccentrico di Harry Nilsson. Non è un caso che il suo percorso si intrecci con quello dei Wilco: nella loro capacità di tenere insieme classicismo e inquietudine contemporanea si ritrova una tensione simile a quella che anima Cut Worms. Ma, Transmitter introduce uno scarto percettibile. Non si tratta di una rottura, ma di una sottrazione: meno patina rétro, meno compiacimento stilistico, più spazi sgombri. In questo senso, il ruolo di Tweedy è decisivo. Il suono si fa più asciutto, più diretto, quasi terapeutico nella sua chiarezza. È come se le canzoni venissero private di un filtro protettivo, esposte a una vulnerabilità che nei dischi precedenti era solo suggerita. Il risultato è una musica che rinuncia alla seduzione immediata per qualcosa di più instabile, meno rassicurante. Questo cambio di prospettiva si riflette anche nella scrittura. I brani di Transmitter abitano uno spazio ambiguo, dove il calore melodico convive con una sottile agitazione. Clarke continua a lavorare con vocalità limpide e strutture classiche, ma sotto la superficie si avverte una frizione costante: tra presenza e assenza, tra il desiderio di connessione e la consapevolezza della sua fragilità. L’incontro tra Clarke e Tweedy potrebbe facilmente essere letto come una narrazione archetipica — il discepolo e il custode della tradizione americana — ma ciò che emerge è piuttosto un dialogo equilibrato. Clarke porta canzoni già compiute; Tweedy, le alleggerisce. Brani come Worlds Unknown aprono il disco a una dimensione più espansiva, quasi luminosa, salvo poi incrinarsi lentamente in un taglio harrisoniano che mi ha sorpreso per la sua bellezza. Long Weekend introduce un’energia più spedita, mentre Evil Twin si muove su coordinate più disincantate. È però con Windows on the World che il disco trova il suo centro sentimentale: una traccia che richiama l’atmosfera obliqua dei R.E.M. di Fables of the Reconstruction, capace di tenere insieme l’apertura come promessa, la costrizione come condizione senza mai risolversi del tutto. Non tutto funziona, in alcuni passaggi, la scelta di ridurre gli elementi rischia di appiattire il profilo del disco, sacrificando quella riconoscibilità immediata che aveva reso i lavori precedenti così accessibili. Ma è un rischio calcolato — e, in ultima analisi, coerente con l’estetica del progetto. La chiusura con Dream riporta tutto a una dimensione essenziale: voce, pianoforte, nessun espediente. Più che una conclusione, è una sospensione. Transmitter segna così un momento di maturazione per Clarke. Non tanto per ciò che aggiunge, ma per ciò che decide di togliere. Rimane l’attenzione per la melodia, per la tradizione, ma filtrata attraverso una consapevolezza più contemporanea: quella di vivere in un mondo saturo di segnali, dove la comunicazione è continua e l’ascolto sempre incerto. È un’idea profondamente romantica — la musica come messaggio lanciato nel vuoto — ma qui viene trattata con una misura che la sottrae alla nostalgia. E, forse proprio per questo, riesce a suonare attuale e bellissima.


