LE CANZONI CHE RESTANO
(quaranta album tra tradizione e reinvenzione dove il passato continua a parlare al presente)
Una delle caratteristiche più sorprendenti della musica rock contemporanea è il modo in cui ha trasformato il rapporto con il tempo. Il passato non rappresenta più un’origine né un semplice repertorio a cui attingere: è una presenza attiva, una materia rielaborata attraverso il presente. Nuovi album convivono con ristampe, registrazioni ritrovate, tributi e dischi che sembrano provenire da un’altra epoca senza che tra loro esista una reale distanza temporale. La cronologia ha progressivamente perso importanza: le canzoni continuano a dialogare tra loro indipendentemente dalla data di pubblicazione, come se appartenessero tutte a un’unica library in continua trasformazione. D’altra parte, una playlist non distingue tra il 1956 e il 2026. È in questo spazio che oggi si muove l’Americana. Non come rifugio né come semplice somma di folk, country, rock, bluegrass o canzone d’autore, ma come uno dei luoghi in cui la tradizione continua a essere interrogata, contraddetta e riscritta. Se il pop tende a misurarsi con l’immediatezza del presente, queste musiche sembrano interessarsi soprattutto al modo in cui il tempo modifica i significanti, trasformando ogni nuova canzone in una conversazione con quelle che l’hanno preceduta. Per anni la critica ha raccontato questo universo attraverso la lente del ritorno alle radici, come se ogni chitarra acustica, ogni pedal steel o ogni voce evocasse automaticamente un riflusso verso un’immaginaria età dell’oro. I dischi più significativi degli ultimi anni suggeriscono invece il contrario. La tradizione non viene conservata: viene continuamente riscritta. È il principio individuato da Greil Marcus in Quella strana vecchia America (Arcana). Riflettendo sull’isolamento creativo di Bob Dylan nel 1967, Marcus interpreta i Basement Tapes come il punto di contatto con una contro storia della musica americana. Alla base di quella lettura c’è il lavoro dell’antropologo e collezionista Harry Smith, che nel 1952 pubblicò per Folkways Records l’Anthology of American Folk Music. Marcus vedeva nei Basement Tapes l’emersione di una tradizione sotterranea, capace di attraversare la cultura popolare senza appartenere a nessuna epoca e destinata a riaffiorare ogni volta sotto forme diverse, conservando intatta la propria tensione narrativa. Nel 2026 quella corrente continua a scorrere, ma i suoi affluenti si sono moltiplicati. Parlare genericamente di Americana significa ormai descrivere continenti più che generi. Vi convivono la scrittura ascetica di Bill Callahan, l’umanesimo sghembo di Bonnie “Prince” Billy, il country inquieto di Margo Price, la raffinatezza cameristica di Alela Diane, il minimalismo contemplativo di Angelo De Augustine, l’eleganza folk di Katherine Priddy, le derive elettriche dei Gun Outfit, le ombre dei Long Ryders, la libertà improvvisativa di Wendy Eisenberg e il classicismo di Lucinda Williams e Terry Allen. Non esiste più un centro geografico né un’estetica dominante. Più importante è la rete di etichette indipendenti, produttori, studi di registrazione, festival e comunità di ascoltatori che ha progressivamente sostituito il music business come luogo di legittimazione culturale. Dopo l’esplosione mediatica seguita alla colonna sonora di Fratello, dove sei? (O Brother, Where Art Thou?) dei fratelli Coen, quando l’Americana sembrò trasformarsi in una categoria commerciale, il genere ha progressivamente smesso di preoccuparsi della propria definizione. Ha assorbito indie-rock, freak-folk, jazz, psichedelia, minimalismo e perfino alcune libertà compositive della musica contemporanea, rendendo sempre più difficile stabilire dove finisca una tradizione e dove ne cominci un’altra. È lo stesso processo che negli anni Sessanta trasformò il folk revival in qualcosa di radicalmente nuovo. Oggi non sorprende più che un disco richiami contemporaneamente la musica degli Appalachi, l’Incredible String Band o il desert rock. La genealogia della musica roots è diventata orizzontale. In questa selezione convivono album nuovi, tributi, riscoperte e registrazioni rimaste per decenni in un archivio. Sarebbe però un errore considerarli categorie distinte. Nell’epoca dello streaming la cronologia ha perso gran parte della propria autorevolezza. Come detto, la storia della popular music non procede più in linea retta: assomiglia a una biblioteca continuamente riscritta, in cui ogni nuova uscita modifica il significante di quelle precedenti. È forse la lezione più duratura lasciata da etichette come Tompkins Square, Light in the Attic e Numero Group: recuperare non significa guardare indietro, ma ampliare il presente. Colpisce anche il silenzio che attraversa molti di questi lavori. Non un silenzio letterale, ma compositivo. In un panorama saturo di informazioni, produzioni e stimoli, questi dischi rivendicano il diritto all’essenzialità. Le imperfezioni non vengono corrette, ma conservate come parte del racconto. È una scelta estetica che assume anche un significato culturale. Non perché rappresenti una presunta autenticità — parola consumata da decenni di retorica roots — ma perché restituisce centralità al gesto umano mentre la musica entra nell’epoca dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e della produzione algoritmica. Più che opporsi al futuro, queste opere chiedono un’altra sollecitudine. Ascoltando uno dopo l’altro questi quaranta album, l’impressione è che il tema dominante non sia la memoria, ma la permanenza. Rimangono le persone, i luoghi, le famiglie, le comunità, le stagioni, le piccole e grandi geografie affettive che continuano a dare forma alle canzoni. Rimane la fiducia nella scrittura come strumento di osservazione del mondo, come pratica di presenza e di trasformazione. Rimane quella convinzione, sorprendentemente universale, geograficamente universale, secondo cui raccontare una strada di provincia o una contea dimenticata significhi raccontare l’intera condizione umana. È un realismo che ha poco di documentaristico e molto della narrativa di Raymond Carver, Larry McMurtry, Annie Proulx, Cormac McCarthy, Kent Haruf, Richard Ford, Elizabeth Strout, Willy Vlautin e Denis Johnson, dove il paesaggio diventa una forma di psicologia interiore. Anche per questo il 2026 ci restituisce l’immagine di una scena priva di gerarchie. I veterani non occupano il ruolo di monumenti da celebrare e gli esordienti non sembrano interessati alla retorica della rottura generazionale. Terry Allen e le Folk Bitch Trio, Simon Joyner e Julianna Riolino, Kevin Morby e Cat Clyde, Ringo Starr e Boy Golden appartengono allo stesso paesaggio culturale pur partendo da esperienze molto, molto diverse. A unirli non è uno stile, ma un’idea di canzone come forma aperta, capace di assorbire il tempo senza esserne schiacciata. Sono dischi costruiti per durare. Alcuni diventeranno classici silenziosi, altri resteranno segreti condivisi da poche migliaia di ascoltatori, altri ancora verranno riscoperti tra dieci o vent’anni insieme a qualche registrazione dimenticata. È sempre andata così. La storia della musica non è mai stata scritta soltanto dai dischi di successo, ma da quelli che hanno continuato a trovare ascoltatori quando il loro tempo sembrava ormai inevitabilmente trascorso. Perché contengono moltitudini.
AA. VV. – Old No. 1 Revisited
Quando Guy Clark pubblicò il suo debutto Old No. 1 nel 1975, Music Row, il quartiere di Nashville sede di case discografiche, stazioni radio e studi di registrazione, lo accolse con il distacco riservato ai poeti troppo spigolosi. Cinquant’anni dopo, quel disco non è semplicemente invecchiato come il buon bourbon evocato dal titolo: è diventato la pietra angolare su cui poggia l’intera architettura della musica roots d’autore. Old No. 1 Revisited, curato da Dan Knobler per Truly Handmade Records, l’impronta discografica ufficiale della fondazione dedicata a Clark, evita con cura le trappole del feticismo e del tradimento modernista, affidando ogni brano a una schiera di figli spirituali guidati da una devozione quasi liturgica. La grinta ruvida di Margo Price apre le danze restituendo a Rita Ballou una trazione fangosa e avventurosa, mentre Jade Bird trasforma L.A. Freeway in un’epopea di fuga carica di disperata freschezza. Il nucleo emotivo dell’album emerge però quando passato e presente si stringono la mano: Andrew Combs, sostenuto dalle armonie crepuscolari del vecchio complice di Clark, Rodney Crowell, già presente nell’incisione originale, affronta Desperados Waiting for a Train con una solennità mozzafiato, priva di retorica ma colma di rimpianto. Dove i tributi collettivi solitamente mostrano crepe strutturali, la produzione di Knobler conserva un’intimità organica grazie a fuoriclasse come Mickey Raphael all’armonica e Sam Bush. Così anche perle minori risplendono di nuova luce, dalla narrazione tagliente di Brennen Leigh in Texas 1947 al folk etereo di Sarah Jarosz in She Ain’t Goin’ Nowhere. A chiudere il cerchio, la performance recitata di Caroline Randall Williams che trasfigura Let Him Roll in un brano di pura letteratura alla maniera di Mary Gauthier. È una preghiera intrisa di spossatezza che dimostra come queste canzoni non fossero semplici spartiti, ma artefatti realizzati a mano, costruiti per durare un’eternità.
Alela Diane – Who’s Keeping Time?
Vent’anni dopo il folgorante esordio di The Pirate’s Gospel, Alela Diane decide di fermare le lancette e rifugiarsi nella soffitta della sua casa vittoriana di Portland. Lì, isolata dalla frenesia digitale e circondata da vecchie fotografie e cimeli di famiglia, riunisce una ristretta cerchia di musicisti per registrare in soli dieci giorni, rigorosamente dal vivo, l’intimo e toccante Who’s Keeping Time? Il risultato è un disco artigianale nel senso più nobile e ancestrale del termine, capace di evocare lo spirito comunitario e l’approccio acustico delle storiche sessioni della Band nella Big Pink. Nato anche come reazione al dolore per la scomparsa del suo mentore e folksinger Michael Hurley, l’album oscilla tra l’elaborazione del lutto e la celebrazione dei legami di sangue. Se l’iniziale California si apre con un fischio dal sapore western che guarda al passato, brani come Galloping sprofondano in atmosfere folk, agitate e oniriche, percorse dagli echi di Vashti Bunyan. Il cuore concettuale dell’opera risiede però nella riluttanza al tempo presente: la splendida In My Own Time procede lenta su un tappeto acustico e tocchi di Wurlitzer, trasformandosi in un invito solenne a disconnettersi dalle distrazioni della modernità per tornare a respirare l’aria e cogliere una rosa. Non mancano inattesi graffi politici, come l’incedere teso e quasi alt-country di Piss, Coffee, Blood Or Wine, ispirata alla tragedia degli homeless ignorati dai leader religiosi e politici, dove Diane mostra i denti cantando su un ritmo senza sosta. Ma la vera forza del disco emerge quando la cantautrice misura i sentimenti familiari più puri. In To Be Kind, una ninna nanna sussurrata da madre a figlia e sorretta soltanto da archi e pianoforte, la vulnerabilità si fa universale. La chiusura è affidata alla commovente meraviglia di Endless Waltz, una ballata agrodolce dedicata ai nonni che avanzano verso l’ignoto, sorretta da una sezione ritmica appena accennata e da una lap steel. Alela Diane firma così un’opera di straordinaria maturità: un trattato sulla mortalità e sulla bellezza delle imperfezioni umane che trasforma il dolore privato in una calda, indispensabile catarsi collettiva.
American Aquarium - New Ways to Lose
Pochi gruppi incarnano con altrettanta convinzione lo spirito dell’indipendenza: nessuna major alle spalle, nessun sostegno dalle radio e la libertà assoluta di rispondere soltanto a loro stessi. Gli American Aquarium possiedono i diritti del proprio catalogo editoriale, hanno creato un festival dedicato alla loro comunità di fan e pubblicano questo New Ways To Lose attraverso Losing Side Records, l’etichetta fondata dal loro leader BJ Barham. Fondato nel 2006, il gruppo arriva oggi all’undicesimo album in studio – una discografia che supera la ventina di pubblicazioni, considerando EP e dischi dal vivo – senza aver smarrito la coerenza artistica che lo ha reso uno dei nomi più credibili dell’Americana contemporanea. Barham continua a usare le proprie canzoni come uno specchio impietoso sulla realtà americana. Scrive con la penna intinta nel realismo operaio di Bruce Springsteen e nella disillusione vissuta di Jason Isbell, mentre il fantasma di John Mellencamp aleggia costantemente sullo sfondo. I suoi personaggi abitano cittadine dimenticate, assistono al crollo delle economie locali, cercano relazioni autentiche e fanno i conti con le macerie sociali ed economiche lasciate da una politica incapace di offrire prospettive. Sono storie che raccontano il collasso dell’american dream senza indulgere nella retorica, trasformando il fallimento in materia narrativa viva. Dal punto di vista musicale, New Ways To Lose è un disco viscerale, ruvido e privo di filtri. Le chitarre guidano, sostenute da una pedal steel e da una sezione ritmica che conserva l’energia dei concerti live. Dollar General, sorretta da un groove pulsante, affronta senza giri di parole il declino della provincia americana, riportando al centro questioni che Springsteen e Mellencamp raccontavano già quarant’anni fa e che oggi appaiono, se possibile, ancora più drammatiche. È un’immagine semplice ma devastante, capace di racchiudere il senso d’impotenza di intere comunità. Di segno opposto è Twin Flames, dedicata alla moglie di Barham. Pur essendo una dichiarazione d’amore, la band evita ogni sentimentalismo, trasformandola in un’esplosione sorretta da una brillante sezione fiati che richiama inevitabilmente le intuizioni della E Street Band. È questa capacità di alternare intensità emotiva e impatto sonoro a distinguere gli American Aquarium da molte formazioni affini. I fiati rappresentano infatti uno degli elementi più sorprendenti dell’album. Pur mantenendo quasi sempre un’andatura sostenuta, New Ways To Lose trova nuovi equilibri timbrici. In History Repeats Itself, ad esempio, è il pianoforte a prendersi il centro della scena, offrendo una variazione che impedisce al disco di scivolare nella prevedibilità di un rock costruito su formule già note. Sono sfumature apparentemente minime ma decisive che, unite alla scrittura sempre lucida di Barham, mantengono alta la tensione per tutta la durata dell’album. I brani compongono un ritratto generazionale fatto di sconfitte, compromessi e ostinati tentativi di redenzione. Alla produzione torna Shooter Jennings, plurivincitore di Grammy, che ha registrato il disco a Los Angeles nell’arco di appena dieci giorni. New Ways To Lose conferma così gli American Aquarium come una delle realtà più autentiche, fiere e sottovalutate del rock contemporaneo. È un album che guarda in faccia il fallimento senza cercare scorciatoie, trasformando le crepe dell’America profonda in canzoni potenti, vibranti e profondamente umane. Ancora una volta, BJ Barham dimostra di appartenere a quella ristretta cerchia di songwriter capaci di raccontare il proprio tempo con la stessa intensità dei grandi maestri.
Angelo De Augustine - Angel In Plainclothes
C’è un’ostinata e miracolosa fragilità che attraversa ogni traccia di Angel In Plainclothes, il quinto e più intimo capitolo discografico del cantautore californiano Angelo De Augustine, pubblicato sotto l’egida della Asthmatic Kitty Records. Chiunque ne abbia seguito la traiettoria artistica, dai sussurri registrati dentro una vasca da bagno fino alla celebrata collaborazione con Sufjan Stevens, sa che il suo folk ha sempre cercato un rifugio dal caos del mondo esterno. Eppure questo disco nasce da un abisso diverso e spaventoso. Nel 2021 De Augustine è crollato nella sua casa di Los Angeles a causa di una misteriosa e invalidante malattia mai del tutto diagnosticata, affrontando un lunghissimo e doloroso calvario per riappropriarsi delle funzioni biologiche più elementari, compreso l’uso della voce e delle mani. Se il precedente Toil and Trouble suonava come un oscuro bollettino spedito dall’orlo dell’oblio, queste nuove canzoni testimoniano il faticoso ma luminoso ritorno alla vita. Interamente concepito, registrato e arrangiato nel suo studio domestico, A Secret Place, il disco possiede un’estetica lo-fi calda e confessionale, evocando il romanticismo dolente del Dennis Wilson solista e la grazia senza tempo di Nick Drake. L’apertura, affidata a Empty Shell, è un valzer guidato dagli splendidi e imprevedibili arrangiamenti d’archi di Oliver Hill, in cui il falsetto di De Augustine sembra aggrapparsi al microfono per trattenere ogni respiro. La vera magia dell’album risiede nella ricchezza della tavolozza strumentale. De Augustine decora le sue canzoni con una collezione di inconsueti strumenti d’epoca, come il marxophone (una cetra suonata con martelletti metallici), l’aquarion con i suoi tasti di vetro e la funzionalità dei vecchi registratori a nastro. Brani come Pet Cemetery, impreziosito dai cori della madre Wendy Fraser, storica partner vocale di Patrick Swayze in She’s Like the Wind, creano un’atmosfera da foresta polare mitigata da un calore intimamente umano. Altrove, la batteria di Jonathan Wilson in The Cure e la celestiale arpa di Leng Bian in The Universe Was Our Mother arricchiscono il suono senza intaccare la sacralità del silenzio. Il folk-rock dal retrogusto anni Settanta di Pictures On My Wall e le vibrazioni psichedeliche del singolo Mirror Mirror confermano De Augustine come un autore ormai maturo, capace di trasformare il trauma personale in un’esperienza di pura guarigione spirituale. Angel In Plainclothes non è soltanto un album di indubbia bellezza formale, ma un’autentica e commovente lezione di perseveranza. Un piccolo classico moderno che richiede ascolti attenti e ripetuti, lasciando che il peso di queste melodie trovi il suo spazio naturale nel cuore dell’ascoltatore.
Bedouine – Neon Summer Skin
Esiste un momento preciso in cui l’età adulta smette di sembrare un traguardo e rivela la propria natura. Per Azniv Korkejian, la cantautrice nata in Siria e cresciuta tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti sotto lo pseudonimo di Bedouine, quel momento è arrivato durante un ultimo viaggio in Armenia. Di fronte alla consapevolezza che i ricordi della sua infanzia stavano per essere smantellati per sempre, la Korkejian ha confessato il timore più universale: non essere pronta a smettere di essere figlia di qualcuno. Da questa vertigine emotiva nasce Neon Summer Skin, il suo quinto e più intimo lavoro in studio, dove il sofisticato folk-pop barocco degli esordi si tinge di una profonda nostalgia autobiografica. Se nei dischi precedenti la sua scrittura si distingueva per una compostezza letteraria insieme saggia e distaccata, qui la cantautrice si immerge nei ricordi senza filtri, usando i frammenti del passato come bussole per esplorare il concetto di casa e di sradicamento. Musicalmente, l’album segna un parziale allontanamento dal fingerpicking acustico in favore di una struttura imperniata sul pianoforte. L’iniziale On My Own cala subito l’ascoltatore in un’atmosfera che evoca i classici della Asylum Records di metà anni Settanta, muovendosi tra i fantasmi ovattati di Rickie Lee Jones. A sostenerla contribuiscono la produzione cesellata di Jonathan Rado e il tocco dei fratelli Brian e Michael D’Addario, capaci di ricreare quel calore vintage e orchestrale che flirta apertamente con le partiture sognanti di Carole King e dei Carpenters. Eppure, sotto la superficie dorata dei singoli Long Way to Fall e Always on Time, vibra un’infelicità complessa che rimanda direttamente alle vicende geopolitiche e alle diaspore che hanno segnato la sua famiglia. Il cuore dell’opera pulsa però nella seconda metà della scaletta, dove i produttori Gus Seyffert e la stessa Korkejian lasciano che i brani si dilatino con una pazienza antica. Il vertice drammatico è Canopies, una ballata acustica introdotta dalla registrazione della voce della madre nell’atto della preghiera. Il testo narra della nonna di Bedouine mentre affida la propria figlia a un orfanotrofio di Beirut per salvarla da un ambiente tossico: un canto struggente di separazione e legami invisibili consumato sulle sponde del Mediterraneo. Quanto mai attuale. Subito dopo, lo spettro sonoro si amplia con sorprendente disinvoltura: le percussioni e i ricami di flauto di Deghma Cheega e Na Na Na introducono una bossa nova di rara eleganza, mentre l’inquietante e obliqua White Patent Leather spezza la sua fragilità acustica con un organo e una voce distorta, rievocando il trauma di un matrimonio sbagliato. Con gli arrangiamenti d’archi di Trey Pollard e il tocco di Drew Erickson al pianoforte che accompagna la chiusura, Neon Summer Skin non è soltanto una magistrale rilettura del canone cantautorale della West Coast, è un requiem radioso sulla fine dell’infanzia e, al tempo stesso, un rifugio sonoro per chiunque si trovi sospeso tra la famiglia che ha dovuto lasciare e quella che deve ancora costruire. Bedouine firma il suo capolavoro della maturità: un album ospitale che accetta la vita per quello che è, una lunga e dolcissima lezione sull’arte di lasciar andare.
Bill Callahan – My Days of 58
Nel 2004 Bill Callahan si trasferisce ad Austin. Tra Supper e A River Ain’t Too Much to Love passano due anni, ma il cambiamento è evidente. Le canzoni, ancora firmate Smog, guardano verso ovest: c’è più polvere che ironia, più orizzonte che pareti. La natura smette di essere sfondo e diventa presenza. In Say Valley Maker, Let Me See the Colts e In the Pines emerge un uomo che osserva il paesaggio come se stesse imparando ad abitarlo. Ha scoperto che il silenzio non è il vuoto, ma una misura. La traiettoria sembra semplice: cambia città e cambia musica. Poi tutto si interrompe. Dopo il matrimonio con Hanly Banks arriva il trasferimento a Santa Barbara, dove le canzoni smettono di pervenirgli. Tornato ad Austin, Callahan ritrova lentamente la scrittura. Da quel ritorno nasce Shepherd in a Sheepskin Vest, il disco in cui l’essere marito e padre sostituisce la ricerca di un altrove. Oggi Callahan ha cinquantotto anni. Il titolo stesso My Days of 58 nasce da una domanda del figlio: «Quanti anni hai?». «Cinquantotto.» «Allora chiamalo My Days of 58». Un titolo infantile, e proprio per questo impossibile da migliorare. Il disco intreccia episodi quotidiani e pensieri ultimi. Un ballo tra padre e figlia, una ragazza vista a un concerto, un cucchiaio conservato dalla luna di miele convivono con sogni di morte e apparizioni. In Why Do Men Sing? immagina di morire e incontra Lou Reed vestito di bianco. In And Dream Land vede amici scomparsi guidare sotto la pioggia. In Lake Winnebago torna nel Wisconsin, dove la morte è un’atmosfera più che un destino. Tutto è raccontato con una calma che rinuncia al dramma. A cinquantotto anni Callahan non tira le somme: prende nota. Il cuore di My Days of 58 è l’umanità. In Computer osserva i propri istinti peggiori amplificati dalla rete — compulsione, spirali, una libertà che somiglia a una gabbia — e teme un futuro dominato da voci perfette ma prive di respiro. La passività, suggerisce, è una forma elegante di morte. Vivere significa ancora esporsi all’imperfezione e la morte, del resto, non è più un’idea astratta. Negli ultimi anni Callahan ha perso entrambi i genitori ed è stato operato per un cancro al colon. Eppure il disco non insiste su questi eventi. La domanda è un’altra: il vero rischio non è morire, ma smettere di vivere. Dopo REALITY aveva il sospetto di essersi raccontato con troppa indulgenza. My Days of 58 corregge quella prospettiva: meno personaggio, più uomo. Terapia, antidepressivi, l’ironia di Stepping Out for Air, la fatica di sentirsi sempre inadeguato. Avere figli gli ha insegnato qualcosa di elementare: trattarsi con la stessa gentilezza che riserverebbe a un altro essere umano. Per questo scherza all’idea che un sedicenne possa ascoltare un disco su un uomo di cinquantotto anni, pur sapendo che le domande restano identiche a ogni età. Colonscopie, genitori scomparsi, un corpo che cambia sono solo dettagli. Quello che conta è chiedersi: ho realmente vissuto? Ho vissuto bene? Il paesaggio continua a parlare. In Highway Born strada e casa coincidono. In Lonely City la città respira. In Empathy Callahan misura la distanza dal padre, ricorda un assegno da tremila dollari e riconosce nei figli qualità che sente di non possedere: la bellezza della figlia, l’empatia del figlio. Anche musicalmente tutto procede per sottrazione. Gli arrangiamenti della band del tour di REALITY — Jerry DeCicca, Matt Kinsey, Chris Vreeland e Jim White — restano discreti, lasciando alla voce di Callahan il centro della scena. The World Is Still chiude il disco con un’apparente contraddizione. Dopo un album dedicato al cambiamento, il mondo resta fermo. Ma forse è lo sguardo a essere cambiato. My Days of 58 non offre una filosofia né rappresenta un bilancio definitivo. È il ritratto di un uomo che guarda le cose più semplici — una strada, un lago — con la consapevolezza che ogni gesto può essere insieme ordinario e irripetibile. Se il mondo può restare immobile, lui sembra deciso a non farlo.
Blood Sucking Maniacs - Blood Sucking Maniacs
L’album omonimo dei Blood Sucking Maniacs, pubblicato da Paradise of Bachelors, non è semplicemente un disco, ma un bizzarro manufatto antropologico che attraversa cinque generazioni e centoventuno anni di storia della famiglia di Terry Allen e Jo Harvey Allen. Il lavoro elude i cliché del country tradizionale per abbracciare un’estetica vicina all’opera d’arte totale, muovendosi fra l’avanguardia e il lirismo rurale delle grandi pianure americane. Il nome della band nasce da una trappola per vampiri che il figlio Bale costruì nel giardino di casa a Fresno negli anni Settanta: una metafora perfetta per un collettivo che erige barriere protettive attorno ai propri legami di sangue attraverso la decostruzione della musica roots. Il disco si apre con i battiti cardiaci intrauterini dell’ultimo nato, Lucky Marlo, registrati durante un’ecografia, che sfociano nelle note blues incise negli anni Settanta dalla defunta matriarca Pauline Allen. Questa alternanza stabilisce il principio cardine dell’opera: non una rassicurante armonia familiare, ma una forma di entropia genetica. Brani come la title track e la distorta A Pogo Is a Logo rivelano un suono abrasivo, un grindhouse rurale dove il country-rock si scontra con il vaudeville e la poesia d’avanguardia. La chitarra di Charlie Sexton e la steel guitar di Lloyd Maines sostengono una struttura libera, nella quale i monologhi di Sled Allen si alternano alle ballate esistenziali del giovane cantautore Calder Allen, come la splendida No Rush to Fly. Una profonda tensione intellettuale impedisce al progetto di scivolare nel sentimentalismo. Canzoni come Down to the River o la rilettura del classico blues It Hurts Me Too — cavallo di battaglia di Tampa Red ed Elmore James, qui ribattezzato When Things Go Wrong — mettono a nudo la fatica quotidiana e le asperità dei legami affettivi. I contributi pianistici del nipote Kru Allen dialogano a distanza con lo spettro di Pauline, chiudendo un cerchio sonoro in cui il tempo perde di significato. Chi apprezza la scrittura spigolosa e confessionale di artisti come Bill Callahan o David Byrne troverà in questo doppio LP una memorabile e anarchica celebrazione di una babele familiare, dove l’arte non è separata dalla vita, ma scorre confusa nello stesso flusso sanguigno.
Bonnie “Prince” Billy – We Are Together Again
Trentatré dischi sono un confine che pochi riescono anche solo a intravedere. Will Oldham, invece, continua a restare dentro il proprio perimetro, che non è mai una gabbia ma nemmeno un territorio in continua trasformazione. Cambia per minimi scarti: la luce, il peso dell’aria. La voce resta la stessa, fragile e riconoscibile. È in questa apparente immobilità che si giocano le differenze. Ed è lì che accade qualcosa. Restare presenti dopo oltre trent’anni di carriera richiede più resistenza che ispirazione. Continuare a dare forma alle stesse domande senza ripetersi è un’altra forma di ostinazione. È quella che sostiene We Are Together Again, il trentunesimo album a nome Bonnie “Prince” Billy, pubblicato da Drag City. Non è il capitolo conclusivo di una trilogia, anche se dialoga apertamente con The Purple Bird e Keeping Secrets Will Destroy You. Più che una sequenza, i tre dischi condividono un linguaggio. Le radici restano lungo l’Ohio, mentre l’idea dello stare insieme diventa la struttura stessa dell’album. Dopo The Purple Bird, rivolto a Nashville e a un suono più rifinito, ci si poteva aspettare un ritorno alla scabrosità. Il movimento è invece diverso. We Are Together Again sembra semplice, ma è una semplicità costruita con estrema precisione. Anche il ritorno a Louisville contribuisce a questa impressione: tutto appare meno filtrato, più vicino. Non è un disco che conquista immediatamente. Invita ad avvicinarsi e si colloca in quella zona in cui il folk smette di essere un genere per diventare un modo di stare al mondo, richiamando, per misura più che per stile, il coevo Bill Callahan. Gli arrangiamenti sono ricchi ma mai invadenti: archi, fiati e cori trovano sempre il punto d’equilibrio. Il lavoro del produttore Jim Marlowe consiste proprio in questo: eliminare il superfluo senza impoverire canzoni che reggerebbero anche spogliate di tutto. Al centro resta la voce di Oldham, fragile come sempre e proprio per questo convincente. L’inizio è quasi dimesso. Why Is The Lion? si apre con chitarra e sax e procede senza enfasi. They Keep Trying To Find You riduce tutto a voce e chitarra per raccontare chi si perde chiudendosi in sé stesso. In Strange Trouble la voce di Maggie Halfman entra senza imporsi, ridefinendo gli equilibri. È un principio che ritorna in Life Is Scary Horses e arriva fino a Bride Of The Lion, dove il finale non si richiude su sé stesso. In alcuni momenti il rischio di eccedere affiora. Brani come (Everybody’s Got A) Friend Named Joe o Hey Little sfiorano una morbidezza eccessiva, ma trovano sempre il proprio equilibrio. Lo stesso accade nei passaggi più raccolti, come Vietnam Sunshine e Davey Dead, dove il silenzio pesa quanto le note. Sotto questa superficie si avverte anche un’ombra. Era già presente nel disco precedente; qui diventa più evidente. Il presente filtra continuamente nelle canzoni, ma Oldham evita di fissarlo in immagini univoche, preferendo lasciare che i significanti restino aperti. Si potrebbe rimpiangere la chitarra di Matt Sweeney, il peso dei Palace Music o l’ombra di I See a Darkness. Sarebbe però chiedere a questo disco di essere un altro disco. We Are Together Again guarda piuttosto a Lie Down in the Light: uno spazio sospeso in cui l’idea di comunità continua a resistere anche quando la fine attraversa le canzoni. La voce stessa sembra smettere di appartenere a un individuo per diventare qualcosa di condiviso. Più che concludersi, il disco si interrompe, lasciando aperto lo spazio costruito fin dall’inizio. Ed è probabilmente l’unico finale possibile per un album come questo.
Boy Golden - Best Of Our Possible Lives
Liam Duncan, il cantautore di Winnipeg che si cela dietro il nome di Boy Golden, ha impiegato tre capitoli discografici per ripulire la propria soffitta artistica e approdare a Best of Our Possible Lives, il suo quarto e finora più compiuto lavoro sulla lunga distanza. Chi si aspettava la consueta svisata alt-country intrisa di ironia rimarrà spiazzato, o forse deliziato, da come questo album riesca a trasformare le nevrosi quotidiane e lo studio del buddismo zen in un groove sorprendentemente accessibile. Il segreto di questa metamorfosi risiede nel trasloco sonoro orchestrato ai Lucy’s Meat Market di Los Angeles insieme al produttore Robbie Lackritz. È lui a reclutare una sezione ritmica di prim’ordine con Pino Palladino al basso e Abe Rounds alla batteria: una combinazione che conferisce alle tracce un’andatura sinuosa, pigra e irresistibilmente funk, con il portamento sornione di J.J. Cale. Non è soltanto una scelta di suono: è il modo in cui Duncan alleggerisce temi che, raccontati diversamente, rischierebbero di farsi opprimenti. L’album si apre con il paradosso dolceamaro di Suffer. Sotto una patina rilassata e squisitamente estiva, Duncan canta il distacco tra la sofferenza collettiva e la vuota quotidianità della televisione con un disincanto tanto lucido quanto misurato. Da questo momento in poi il disco continua a giocare sul contrasto fra leggerezza e inquietudine esistenziale. La stessa felice ambivalenza attraversa New Orleans, un quieto e obliquo sussurro sulle inadeguatezze dello scorrere infinito sui social media, e la pigra andatura pop di Chickadee. È però nell’incontro con gli altri che il disco trova la sua risposta più convincente. I duetti con la magnetica Cat Clyde rappresentano il vertice dell’album: la spavalderia di Cowboy Dreams e le calde vibrazioni africane di Moontan illuminano il cuore del lavoro, celebrando fragilità e amicizia sopra ogni cinismo. Se Eyes si addentra con delicatezza nei territori dell’impermanenza e dell’ansia esistenziale, la title track ribalta con grazia la celebre teoria ottimistica di Leibniz secondo cui tutti noi viviamo nel migliore dei mondi possibili. Sostituendo quel tutti con un più intimo nostri, Boy Golden ricorda che la redenzione non si trova nei massimi sistemi dell’universo, ma nella caotica, imperfetta e salvifica decisione di condividere il tempo rimasto con chi amiamo. Un bizzarro e miracoloso trattato di sopravvivenza mascherato da impeccabile pop roots-funk.
Cat Clyde - Mud Blood Bone
Una solitudine nomade attraversa i solchi di Mud Blood Bone, quarto capitolo discografico della cantautrice canadese Cat Clyde, un lavoro che profuma di terra e distanze. Concepito tra l’abitacolo di un caravan del 1973 e i canali della campagna inglese, il disco rappresenta un autentico rito di purificazione spirituale. Sotto la produzione di Drew Vandenberg — già dietro al banco di registrazione per Faye Webster — la Clyde abbandona le certezze del revival per addentrarsi in una terra di nessuno dove le radici native si fondono con un carattere tipicamente indie-rock. Il risultato richiama i contrasti più fecondi della musica roots: la sfrontatezza rockabilly di Sierra Ferrell che si scontra con la vulnerabilità dei Big Thief di Adrianne Lenker. L’apertura di Where Is My Love parte come un lamento solitario per trasformarsi in una cavalcata da roadhouse. Poco dopo, Man’s World affronta la complessità dell’identità femminile con chitarre e un’attitudine fiera, riallacciandosi a quella consuetudine in cui la sensibilità rappresenta la forma più alta di resistenza. È però nei brani più dilatati che l’album raggiunge il suo centro. Nei cinque minuti di I Am Now, la voce della Clyde si posa nuda su un ipnotico giro di pianoforte, prima che il brano si apra in una lunga coda guidata dalla pedal steel. La forza del disco risiede proprio in questa andatura irregolare, capace di assecondare i capricci del tempo e della memoria. Se Hold My Hand si muove dentro un’atmosfera soul torbida e sinuosa che richiama certe produzioni di Ry Cooder, Press Down — scritta a quattro mani con Courtney Marie Andrews — trova un dinamismo trascinante. C’è spazio persino per una rilettura spiazzante e crepuscolare di My Love di Marty Robbins, privata del suo sapore messicano e reinventata come un drammatico inno western. Mud Blood Bone non è un ascolto accomodante: attraversa il fango dei sentimenti per raggiungerne lo scheletro. Eppure, quando la ballata conclusiva Another Time si spegne tra i riverberi di un Wurlitzer, resta la sensazione di aver assistito alla definitiva fioritura di un talento selvaggio e fieramente indipendente.
Cathy Hamer – Lady Full of Dreams
Intrappolato tra Laurel Canyon e Caraibi, Lady Full of Dreams di Cathy Hamer torna alla luce grazie alla pubblicazione curata dalla Numero Group. Questa ristampa riunisce per la prima volta i due album registrati dalla cantautrice tra il 1979 e il 1980 ai Threshold Recordings di Roanoke. Stampati in appena un centinaio di copie, quei dischi erano scomparsi silenziosamente nell’oblio. Alla fine degli anni Settanta il mercato guardava altrove. Punk e new wave avevano relegato ai margini gran parte dell’estetica cantautorale che aveva dominato il decennio precedente, e un lavoro come Lady Full of Dreams, così raccolto e impermeabile alle mode, appariva inevitabilmente fuori tempo. La scelta dell’allora etichetta di accantonarlo si comprende alla luce del contesto, ma resta uno di quegli errori che solo il tempo riesce a correggere. Fin dalle prime battute il disco restituisce la sensazione di entrare in un universo magico. Una solitudine luminosa attraversa queste canzoni, Joni Mitchell è il riferimento più evidente, accanto alla scrittura di Vashti Bunyan e alla malinconia di Sandy Denny, mentre alcune aperture melodiche e la delicatezza degli arrangiamenti richiamano, con sorprendente anticipo, l’intimismo dei Cowboy Junkies. La Hamer aveva iniziato a scrivere da adolescente, accompagnandosi con la chitarra e assorbendo la lezione dei grandi songwriter della West Coast. Quelle radici riaffiorano in ogni brano, dove il folk si intreccia con leggere sfumature country. Le chitarre acustiche sostengono un tessuto armonico essenziale, impreziosito da discreti interventi di violoncello, flauto e pochi altri strumenti. Tutto è registrato con una vicinanza quasi tattile, lasciando affiorare il respiro dell’interprete, il fruscio delle corde e il naturale decadere delle armonie. Al centro di tutto c’è naturalmente la voce di Cathy. Limpida, calda e sorprendentemente espressiva, possiede quella qualità senza tempo delle grandi interpreti del folk. La straordinaria attualità di Lady Full of Dreams nasce proprio dal suo anacronismo. Ciò che nel 1980 sembrava appartenere a un mondo ormai tramontato dialoga oggi con il ritorno di un folk essenziale, acustico e profondamente umano. Le sue canzoni parlano di sogni infranti, isolamento, memoria e silenziose rinascite con una sincerità che continua a sfuggire al tempo. Il destino non è stato generoso con Cathy Hamer, ma questa pubblicazione restituisce finalmente il valore di un’opera che avrebbe meritato ben altra fortuna. Non sorprende che il talento sia passato anche alla figlia Kate Bollinger; è però ascoltando queste registrazioni che si comprende quanto la Hamer avesse già trovato una voce personale, capace di trasformare la semplicità in emozione. Più che una curiosità d’archivio, Lady Full of Dreams è un piccolo classico ritrovato: un disco arrivato con quarant’anni di ritardo, ma nel momento giusto per essere finalmente ascoltato.
Courtney Marie Andrews – Valentine
Courtney Marie Andrews ha sempre posseduto il raro dono di tradurre i cocci di una vita in ballate di cristallina onestà. Con il suo nono album, Valentine, la cantautrice amplia però il proprio linguaggio, spingendosi verso un pop-rock d’autore tanto ambizioso quanto strutturato. Abbandonate le lusinghe del folk più nudo e acustico, la Andrews metabolizza un periodo di profonda turbolenza personale — tra malattie e le vertigini di un nuovo legame sentimentale — per dare forma a canzoni che scelgono la strada della ricerca. Registrato in gran parte su nastro a Los Angeles insieme al polistrumentista Jerry Bernhardt e al batterista Chris Bear, il disco pulsa di una fragilità palpabile, dove le imperfezioni della presa diretta si trasformano in calore umano. Le coordinate dichiarate dall’autrice guardano alle derive eccentriche di Third dei Big Star e al massimalismo imperfetto di Tusk dei Fleetwood Mac; eppure il risultato fluttua in un elegante chamber-folk intriso di suggestioni soft-rock. Le tastiere vintage, dal sintetizzatore al Mellotron, decorano i brani senza mai soffocare l’estensione vocale della Andrews. L’iniziale Pendulum Swing oscilla fra una batteria decisamente marziale e un pianoforte carico di presagi, mentre Outsider evoca un intimismo notturno. La forza di Valentine risiede proprio nella capacità di far convivere una scrittura melodicamente aperta con una spietata introspezione lirica. Se episodi come Cons & Clowns giocano con una delicatezza bucolica che strizza l’occhio a Dolly Parton, la tensione esplode nella graffiante Everyone Wants To Feel Like You Do, dove una chitarra distorta squarcia il velo del romanticismo per trasformarsi in un’invettiva fiera e sarcastica. Il senso di isolamento raggiunge il culmine nella confessione di Best Friend, ma è la ballata conclusiva Hangman a dare al disco il suo significato più profondo. Quasi a cappella in apertura, prima di evolversi in un’atmosfera che richiama le produzioni di Daniel Lanois, il brano vede la Andrews rifiutare ogni compromesso per inseguire verità assolute. Valentine non è un ascolto immediato, ma un’opera di grande maturità che conferma Courtney Marie Andrews fra le voci più lucide e coraggiose della sua generazione.
Drivin N Cryin – Crushing Flowers
Se il rock alternativo del Sud degli Stati Uniti ha custodito un segreto troppo a lungo, quel segreto porta la voce ruvida e consumata di Kevn Kinney. In oltre quarant’anni di carriera i Drivin N Cryin hanno costruito una delle discografie più coerenti e sottovalutate della scena, restando ai margini del successo ma conquistando un seguito fedele grazie a un’identità sonora impossibile da confondere. Magari ci tornerò, ma non serve essere cresciuti tra le strade rosse della Georgia per apprezzarne la musica. La data di nascita della band, 1985, campeggia persino sul retro della copertina di Crushing Flowers, quasi a ricordare che questo nuovo capitolo arriva dopo quattro decenni di ostinata resistenza artistica. Nel frattempo Kevn Kinney ha portato avanti una prolifica carriera solista, spesso affiancato dal progetto The Sun Tangled Angel Revival, fino a essere celebrato da un monumentale tributo di quattro CD con la partecipazione di cento artisti: un riconoscimento tardivo ma meritato per uno dei songwriter più originali della sua generazione. Crushing Flowers interrompe sette anni di silenzio e non suona come un semplice ritorno. È, piuttosto, il disco di una band che rifiuta di vivere dei propri ricordi. I Drivin N Cryin non si limitano a evocare i fantasmi della Georgia più profonda, ma ricalibrano la bussola di quella sensibilità che, fra Paisley Underground, roots-rock e college-rock, sembrava essersi dissolta con gli anni Novanta. Qui convivono la fragilità melodica del folk psichedelico e la violenza controllata del garage-rock, in un equilibrio precario ma sorprendentemente naturale. Storicamente il gruppo ha sempre oscillato tra due anime: quella più raccolta, intrisa di country, folk e bluegrass — il lato Cryin — e quella più chitarristica del versante Drivin, responsabile di classici come Fly Me Courageous, Honeysuckle Blue e Straight To Hell. In questo nuovo lavoro, però, le due identità finiscono finalmente per fondersi senza soluzione di continuità. Merito anche della produzione di Sadler Vaden, oggi nei 400 Unit di Jason Isbell, che evita qualsiasi patina digitale. Il disco si distende, le chitarre hanno spazio, profondità e una grana che richiama i Replacements e i primi R.E.M. L’unica vera pausa contemplativa arriva con Dead End Road, una ballata attraversata da un delicato twang country nella quale Kinney canta: «You gotta keep going / Keep moving on, that’s the dream». È difficile immaginare una dichiarazione più autobiografica da parte di un musicista che, dopo quarant’anni di attività, continua a inseguire la stessa urgenza creativa degli esordi. Il cuore emotivo dell’album è però Mirror Mirror. Le chitarre dal timbro inconfondibilmente pettyano accompagnano una riflessione sulla demenza della madre di Kinney («I know you’re in there somewhere / Maybe you’ll remember me / It’s possible you don’t»), trasformando un’esperienza personale in una delle pagine più intense mai scritte dal cantautore di Atlanta. È il momento in cui la sua voce, consumata ma ancora capace di ferire, raggiunge la massima intensità espressiva. Altrove il disco cambia pelle con sorprendente disinvoltura. Come On And Dance è un’esplosione di garage-rock, mentre Looks Like We’re Back Again pesca dal power-pop cristallino dei Cheap Trick, fra riff e ritornelli costruiti per essere urlati. Death Of Me Yet procede invece con una forza quasi hard, tanto da sembrare uscita da School’s Out di Alice Cooper. La title track, impreziosita dalla presenza di Peter Buck — storico sostenitore della band e già produttore dell’esordio solista di Kinney — richiama ovviamente i R.E.M., mentre Why Don’t You Go Around fonde l’impatto del southern rock con un groove che sa di asfalto e benzina. Il fantasma di Marc Bolan aleggia invece su Jesse Electric, dove una patina glam sostiene una delle riflessioni più amare sul music business: «The artists take the art out of a city in decay / But then here comes the money and we gotta run away». Il finale è affidato a Iggy Monkey, dedicata al giammai dimenticato Todd Snider, amico di Kevn, che presta anche la voce a questo omaggio ironico e affettuoso ai Monkees, a Iggy Pop e agli Stooges: «Pleasant Valley Sunday / A rumble at the door / Iggy just stole the monkey mobile / He’s heading to the Sunset Strip to take a trip». Le canzoni scorrono come un flusso di coscienza: ballate sgangherate che all’improvviso esplodono, dove il malumore non coincide mai con la resa ma diventa il carburante per un nuovo riff, una nuova melodia, un’altra storia da raccontare. Kinney canta come chi sa che il tempo non concede sconti, trasformando ogni brano in un piccolo manifesto di sopravvivenza artistica. Chi finora si è lasciato sfuggire i Drivin N Cryin trova in Crushing Flowers la porta d’ingresso verso un catalogo di oltre una dozzina di album. Ma soprattutto scopre una band che continua a suonare come se avesse ancora qualcosa da dimostrare. E, a giudicare dall’energia che attraversa queste canzoni, Kevn Kinney e compagni sono ben lontani dal pensare alla pensione.
Florence Dore - Hold the Spark
Un’ironia squisitamente sudista nel fatto che una delle penne più sottili del moderno cantautorato americano trascorra le proprie giornate insegnando letteratura alla University of North Carolina. Ascoltando Hold the Spark, il terzo album di Florence Dore pubblicato da Propeller Sound Recordings, appare però chiaro che la cattedra sia soprattutto un osservatorio privilegiato sulla società. Abbandonate le derive folk, la cantautrice si circonda di una vera rock’n’roll band guidata in studio dal veterano Don Dixon. Ne nasce una raccolta che coniuga energia e una sagacia compositiva fuori dal comune. Il disco si apre con le chitarre di Sunset Road, un rock nervoso che evoca il miglior Steve Earle. A dettare il passo è una sezione ritmica d’eccezione, trainata dal drumming energico del marito Will Rigby, noto soprattutto come batterista dei dB’s. Il cuore dell’album emerge in Twelve Great Minds (Department Meeting), uno sfrontato garage-rock che guarda agli Stooges per fustigare la noia e le meschinità delle riunioni universitarie (!). La Dore sa però mostrarsi anche straordinariamente sensibile. The Worst Mistake I Never Made si muove su tonalità calde che richiamano la vocalità nasale e magnetica di Exene Cervenka. Nella seconda metà del disco il percorso devia verso territori più acidi. In Butterflies, chitarra e sitar si intrecciano ai cori di Eleanor Whitmore, trasformando una ballata sulla perdita in un’allucinazione folk-rock. Poco dopo, l’intimità acustica di The One You Need mette in risalto i ricami della dodici corde di Peter Holsapple. È la dimostrazione di come Florence Dore riesca a maneggiare con la stessa naturalezza l’astrazione letteraria e la pura catarsi rock. Hold the Spark è un disco maturo, colto e viscerale, capace di mordere senza mai perdere gentilezza.
Folk Bitch Trio - Now Would Be A Good Time
Il folk, talvolta, tende a prendersi troppo sul serio. Le australiane Heide Peverelle, Jeanie Pilkington e Gracie Sinclair, invece, incendiano la tradizione protette da una sana e tagliente ironia. Il loro esordio sulla lunga distanza, Now Would Be A Good Time, pubblicato da Jagjaguwar, è un magistrale bignami di ansie generazionali e disavventure sentimentali. Le tre musiciste di Melbourne, amiche fin dai tempi della scuola, intrecciano armonie vocali che rimandano alla purezza senza tempo di Gillian Welch, ma le mettono al servizio di testi cinici e disincantati. Canzoni come Hotel TV raccontano sogni erotici proibiti vissuti accanto a partner infedeli, mentre l’iniziale God’s a Different Sword intreccia confessioni più intime. Registrato interamente ad Auckland sotto la guida del produttore Tom Healy, il disco rifiuta qualsiasi patina. Gli arrangiamenti restano scarnificati, costruiti soprattutto su arpeggi di chitarra, lasciando che siano le dinamiche umane e l’intesa quasi simbiotica fra le tre voci a sostenere il peso delle canzoni. In passaggi come la sospesa Moth Song, il violino di Anita Clark intensifica un’atmosfera già di per sé rarefatta. Notevole anche la rilettura a cappella di I’ll Find A Way (To Carry It All) di Ted Lucas, cantautore statunitense oggi considerato una figura di culto del folk psichedelico. È una prova di forza vocale che colpisce per precisione. Se a tratti l’album sembra adagiarsi su una narrazione fin troppo lineare e priva di grandi scossoni ritmici, la chiusura di Mary’s Playing the Harp spazza via ogni dubbio. È un lamento spoglio, ambientato durante un tour in Australia, dove una sola chitarra accompagna tre voci che finiscono per fondersi in un incantesimo di dolorosa chiarezza. Quello delle Folk Bitch Trio è un debutto di acume sentimentale, capace di estrarre una bellezza magnetica dal quotidiano.
Greazy Alice – As Time Goes By
Nella musica dei Greazy Alice vive un’eco polverosa, come quella che si alza lungo una strada battuta dal tempo. Al centro del progetto c’è Alex Pianovich, affiancato dalla voce intensa ma mai invadente di Jo Morris e da una sezione ritmica solida formata da Will Repholz al basso e Lee Garcia alla batteria. Il loro esordio si muove fra folk, Americana e country-rock senza mai trasformare questi linguaggi: ogni brano sembra nascere dal bisogno di dare forma a ricordi destinati a riaffiorare. L’album si apre in punta di piedi. Poche note di pianoforte introducono Circles, che racconta di un piccolo altare improvvisato in un bar per ricordare un amico scomparso. Da quell’immagine intima il brano si allarga fino a riflettere sui cicli della vita, sulla perdita e su una memoria che ritorna. Green rallenta ulteriormente il passo. Chitarre blues e pianoforte accompagnano il ricordo di estati d’infanzia, di un fourth of July troppo caldo e di un tempo in cui tutto sembrava possibile. Just Another One prende un immaginario cinematografico e lo ribalta. Il protagonista si sente come una sigaretta spenta dimenticata su un davanzale, incapace di ritrovare slancio. Che sia vicino alla Broad Street Line, a Boston o a Brooklyn cambia poco: il sole acceca, ma non porta sollievo. Resta soltanto il desiderio di stringere qualcuno con la paura costante di perderlo. Sullo sfondo scorrono vecchi film e una città minacciata da un uragano. È uno spoken word intenso, fra i momenti più riusciti del disco. Con Glen Echo Cardinals il clima si fa più terrestre. Il folk e un’alba a Nashville conducono una riflessione sulla solitudine e sulla perseveranza quotidiana, fatta di debiti, telefonate e piccole responsabilità. Last Beer From The Fridge è invece un duetto honky-tonk costruito su esitazioni, messaggi lasciati in segreteria e parole mai pronunciate. Sullo sfondo aleggia, inevitabile, lo spirito di Bob Seger. Firefly cambia atmosfera senza cambiare prospettiva. È un valzer da crooner in cui i ricordi diventano un peso da alleggerire per continuare il viaggio. Con Turn quel viaggio diventa reale. La strada verso New Orleans attraversa diner, tra la silhouette delle trivellazioni e il bagliore dei fuochi in lontananza, mentre i ricordi finiscono per confondersi con il paesaggio. Departures riduce tutto all’essenziale. Un volo verso Austin offre l’occasione di ritrovare un vecchio amico, condividere margaritas e canzoni e ribadire una promessa: fare meglio, cominciando da domani. Stop Asking Why esplicita il messaggio dell’album: smettere di cercare una spiegazione per ogni cosa e imparare a seguire il corso degli eventi, perché il tempo non aspetta nessuno. Nel finale West introduce un’energia inattesa. Il pianoforte richiama Jerry Lee Lewis e accompagna un viaggio verso l’ignoto popolato da antichi pionieri. Chiude Crosstie, una ballata adagiata nel gospel. Le traversine dei binari diventano il simbolo di un passaggio, di un equilibrio precario fra passato e futuro. I Greazy Alice non inseguono soluzioni né chiudono i cerchi. Preferiscono lasciare aperti gli spazi, permettendo alle canzoni di continuare a risuonare anche dopo la fine. Più che un esordio, questo album dà l’impressione di riaffiorare da un luogo già conosciuto, come se fosse sempre esistito.
Ground Cinnamon Band - Ground Cinnamon Band
Nato dalle ceneri degli Small Breed, il trio olandese, Ground Cinnamon Band, formato da Erik Bus, dalla moglie Carlijn e dal polistrumentista Jan Kappé costruisce un canone sonoro saturo di nostalgia e di armonie vocali cesellate con rara capacità. Già dalle battute iniziali di Maybe Someday, l’album dichiara la propria devozione ai Buffalo Springfield, ai Mamas and the Papas e alle visioni celestiali dei Flying Burrito Brothers. La produzione di Marcel Fakkers, realizzata ai PAF! Studio di Rotterdam, infonde calore a una tavolozza dove la chitarra acustica, la pedal steel, il vibrafono, Mellotron e armonica interloquiscono con totale spontaneità. È una psichedelia, soffice e avvolgente, che trova il proprio zenit nelle armonie vocali di Sing You Lullabies e negli intrecci venati di melancolia, di Seasons Come And Go. Se brani come Go For A Long Stroll rivelano una spiccata sensibilità pop nel plasmare la materia folk, è la conclusiva Shall We Leave a suggellare il disco, regalando tre minuti e mezzo di autentica estasi e confermando la straordinaria sensibilità melodica del trio. Una gemma breve e preziosa, capace di far rivivere un immaginario. Brilla di una luce antica e continua a rapire con la grazia silenziosa delle cose senza tempo.
Gun Outfit – Process And Reality
Nel vasto panorama dell’alt-rock americano, i Gun Outfit si muovono da sempre come una presenza capace di evocare spazi sconfinati con una grazia immateriale. La formazione di Los Angeles suona come se avesse inghiottito il sole nel cuore di un canyon: la sua musica possiede l’imponenza silenziosa delle pareti d’arenaria del deserto del Mojave. Sarebbe però un errore liquidarla come l’ennesima band neo-hippie. Più che rifugiarsi in una spiritualità da cartolina o in un immaginario new age, Dylan Sharp e Carrie Keith sembrano interessati a un’indagine più profonda sul tempo, sul cambiamento. Le loro canzoni parlano poco e non predicano mai: suggeriscono, lasciano spazio al silenzio, preferiscono abitare le domande piuttosto che offrire risposte. Se Tom Petty avesse incrociato i Grateful Dead alla fine degli anni Sessanta, forse il risultato sarebbe stato qualcosa di molto simile ai Gun Outfit: un equilibrio raro fra melodia e deriva psichedelica, dove nessuno dei due elementi prevale sull’altro. Con Process And Reality, sesto album della band, questa poetica raggiunge una maturità sorprendente. Le chitarre disegnano traiettorie circolari debitrici tanto dei Television quanto dell’outlaw country più crepuscolare. Il disco procede come un lungo viaggio notturno attraverso le highway americane, mentre le voci di Dylan e Carrie si alternano e si fondono senza cercare contrasti, ma una costante complicità. Il titolo richiama esplicitamente l’omonima opera del matematico e filosofo Alfred North Whitehead, pubblicata nel 1929, e non si tratta di una semplice citazione colta. Registrato durante gli incendi che devastarono la California nel 2020, Process And Reality sembra condividere con il pensiero del filosofo l’idea che l’esistenza sia un processo continuo di trasformazione, più che uno stato da raggiungere. Anche la musica segue questa logica: non cerca mai una forma definitiva, ma resta costantemente in divenire, come un sentiero che si avvolge su sé stesso riportando l’ascoltatore al punto di partenza. Con oltre ottanta minuti, l’album respira con tempi dilatati, senza alcuna ansia di catturare l’attenzione. L’iniziale Unfelt Loss, con le sue chitarre, rappresenta quasi un’anomalia per leggerezza. Da lì in avanti il disco si abbandona a un flusso ipnotico fatto di droni appena percettibili, riff che ritornano come onde e arrangiamenti che sembrano espandersi lentamente nello spazio. L’impressione è che la musica finisca per staccarsi dai musicisti, assumendo vita propria. Brani come So Easy To Love avanzano con calma, sostenuti da una batteria che riecheggia il rumore di pietre gettate nell’acqua. È un folk-rock cinematico e rallentato, profondamente consapevole della tradizione americana da cui proviene. Anche quando le coordinate sembrano avvicinarsi ai War On Drugs, come nella splendida Teardrops (Classic Hell On Earth), i Gun Outfit mantengono una personalità inconfondibile. Il canto svagato diventa il veicolo di una verità tanto semplice quanto disarmante: continuiamo a resistere perché l’amore resta l’unico appiglio possibile. Ancora più immersiva è Whiplash, costruita su riverberi, feedback e voci che avvolgono l’ascoltatore fino a cancellare ogni percezione del tempo. La seconda metà del disco accentua ulteriormente la componente contemplativa. Backward Path, guidata dal flauto, sospende la linearità temporale, mentre Don’t Remind Me lascia che un lungo assolo psichedelico rievochi gli Spacemen 3. Le suggestioni orientali di Lilies Of The Field e il carattere quasi sonnambolico di Lifelong Sellout completano un percorso che sembra esplorare la coscienza più che raccontare delle canzoni. Pensare Process And Reality come una semplice raccolta di brani sarebbe riduttivo. È un organismo vivo, un flusso che cambia forma a ogni ascolto. I Gun Outfit inseguono qualcosa di più raro: la percezione dello scorrere del tempo, la trasformazione dei paesaggi interiori, il mistero della permanenza nel cambiamento. Alla fine, Process And Reality scorre fra le dita come sabbia sospinta dal vento, senza mai lasciarsi trattenere. Un lavoro magnetico, maturo e profondamente filosofico, che conferma i Gun Outfit come uno dei segreti dell’underground americano.
Haylie Davis - Wandering Star
Ex componente del duo Will & Haylie e già nota con lo pseudonimo di Lady Apple Tree, Haylie Davis si riappropria del proprio nome e firma con Wandering Star, pubblicato da Fire Records, una raccolta di confessioni folk-pop e ballate di rara nitidezza emotiva. Registrato in parte ai leggendari Valentine Recording Studios di Los Angeles e prodotto con Sam Burton, l’album scorre fra calde sonorità vintage e un minimalismo che lascia ancora percepire il fruscio delle corde. Al centro c’è la voce della Davis: limpida, tridimensionale, capace di evocare la purezza di una giovane Joni Mitchell e la fragilità appartata di Judee Sill. Brani come Country Boy – catturato dal vivo in un unico piano-sequenza – e le sfumature blues di Born to Be Blue si muovono con l’imprinting di chi è cresciuto ascoltando il country più operaio prima di lasciare, a diciannove anni, la propria casa per i palchi di Los Angeles. Ma è nella title track Wandering Star, guidata dal pianoforte, e nella ballata Horns of Time, che guarda alla prima Emmylou Harris, che la Davis rivela una maturità compositiva sorprendente. Wandering Star è una riflessione contemporanea su solitudine, identità e speranza, affidata a una delle voci più autentiche del nuovo cantautorato della West Coast.
Jeremy Ivey - Its Shape Will Reveal Itself
Noto ai più solo come metà artistica e sentimentale di Margo Price, Jeremy Ivey aveva finora incanalato la propria visione di cosmic americana in produzioni culminate nel pop psichedelico di Invisible Pictures. Poi sono arrivati il silenzio e la rottura con la vecchia etichetta. La reazione non è stata un grande studio di registrazione, ma il ritorno alle origini. Recuperato e restaurato un registratore a bobine Tascam 388, Ivey si è chiuso nella sua casa del Tennessee per incidere Its Shape Will Reveal Itself, pubblicato dalla meritevole Soggy Anvil Records. Il risultato è un disco nato senza l’intenzione di essere pubblicato, che trova la propria forza proprio nell’assenza di filtri. Accompagnato soltanto dalle percussioni dell’amico Dom Billett, Ivey suona quasi ogni strumento, lasciando che il fruscio del nastro, le lievi oscillazioni d’intonazione e le distorsioni armoniche diventino parte integrante del linguaggio sonoro. Ne nasce un’estetica vissuta che richiama i primi Jayhawks e le ballate più polverose dei Basement Tapes. L’apertura è affidata a Edge of Darkness, registrata dal vivo attorno a un solo microfono insieme a Margo Price: folk-rock ridotto all’essenziale. Eppure, nonostante la genesi domestica, la scrittura di Ivey conserva tutta la sua lucidità. Brani come Modern World e Walk With Me intrecciano il country a una sensibilità pop, trasformando progressioni armoniche in un racconto della confusione esistenziale del presente. La forza di Its Shape Will Reveal Itself risiede nella sincerità con cui affronta questa fragilità. Ivey non cerca slogan, ma esplora una rarefazione notturna. In ballate come Love Is a Traveler e nella conclusiva Little Bird, la voce, lasciata in primo piano e segnata da una scabra umanità, dialoga con una chitarra che sembra risuonare da vicino. Jeremy Ivey trova così la sua forma più autentica accettando l’imperfezione dell’analogico. Its Shape Will Reveal Itself è un disco sobrio, magnetico e profondamente umano, uno dei ritratti folk più sinceri degli ultimi anni.
Jesse Sykes - Forever, I’ve Been Being Born
Nel panorama del cantautorato psych-folk americano, Jesse Sykes ha sempre occupato uno spazio liminale, un luogo d’ombra dove il tempo sembra muoversi a una velocità diversa. Con Forever, I’ve Been Being Born, la cantautrice di Seattle, affiancata dai fidati Sweet Hereafter, firma il capitolo più denso della propria discografia. Più che una raccolta di canzoni, è una seduta spiritica in cui il peso dell’esistenza viene esplorato attraverso ballate di rara profondità. La voce della Sykes resta il fulcro dell’opera. C’è una qualità ancestrale nel suo timbro, un sussurro roco e dolente che richiama gli spiriti di Sandy Denny e Grace Slick. Le parole sembrano scorticate, attraversate da una stanchezza millenaria che si intreccia naturalmente alle trame chitarristiche di Phil Wandscher. È proprio il suo lavoro a costituire l’altro pilastro del disco: gli assoli rifuggono ogni virtuosismo, esplodendo all’improvviso come temporali estivi, tra feedback visionari e distorsioni dal sapore dichiaratamente younghiano. A colpire è soprattutto l’indifferenza del disco verso qualsiasi moda. Brani come Hushed by Devotion e la monumentale title track si sviluppano con lentezza ipnotica, lasciando distendersi gli arrangiamenti fino a sciogliere la tensione in lunghe code psichedeliche. È un album notturno, registrato con una granulosità analogica, capace di alternare momenti di assoluto raccoglimento a maestose aperture rock. Jesse Sykes conduce così l’ascoltatore in un labirinto di riflessioni sulla mortalità, la rinascita e l’eterno ritorno. Forever, I’ve Been Being Born è un disco fiero, ostinato e profondamente commovente, destinato a occupare un posto di rilievo non solo nella sua discografia, ma anche nel miglior psych-folk americano.
Julianna Riolino - Echo In The Dust
Le immagini di oscurità che aprono Echo in the Dust — eclissi, notti profonde, paesaggi privi di luce — non sono semplici suggestioni poetiche, ma le coordinate dell’intero disco. Il secondo album di Julianna Riolino costruisce un percorso di crescita attraversato da perdita e trasformazione, senza concedersi alcuna narrazione consolatoria. A tre anni da All Blue, la Riolino torna con un lavoro più ambizioso, nato dopo l’uscita dagli Outfit di Daniel Romano, problemi di salute, lutti familiari, incertezza e infine l’inevitabile burnout. Quella pausa non rappresenta un’interruzione, ma il punto di partenza del disco: la crescita passa inevitabilmente attraverso la frattura. Registrato nel 2024 ai Gold Standard di Toronto con Aaron Goldstein e collaboratori abituali come Matthew Roddy Kuester, Peter Landi e Thomas Hammerton, in Echo in the Dust le radici country rimangono evidenti, ma vengono immerse in un linguaggio che guarda al blue-eyed soul, dove il rigore del pop incontra il calore del R&B e del blues. A differenza del debutto, molte canzoni nascono lontano dal palco, attraverso una scrittura frammentata che si riflette nella struttura dell’album, capace di alternare episodi immediati ad altri più introspettivi. La Riolino utilizza il linguaggio del diario personale senza cadere nell’autoreferenzialità. Le relazioni — sentimentali, amicali e professionali — diventano strumenti per interrogare la propria identità e mettere in discussione anche i meccanismi più ricorrenti e distruttivi. Questa tensione emerge anche nella musica. Let Me Dream procede con un andamento onirico, mentre Seed, probabilmente il vertice dell’album, introduce maggiore decisione attraverso gli influssi R&B e un arrangiamento più corposo. On a Bluebird’s Wing rappresenta il punto d’incontro più riuscito tra scrittura e melodia, valorizzato dall’uso della pedal steel. Full Moon, realizzata con Alex Edkins dei METZ, privilegia un approccio impulsivo, mentre I Wonder esplora territori più cupi e instabili. It’s a Shakedown gioca sul contrasto tra controllo e disordine, Running cresce fino a trasformarsi in una dichiarazione esistenziale e Smile chiude il percorso evitando qualsiasi conclusione rassicurante. Pur nascendo da esperienze profondamente autobiografiche, Echo in the Dust funziona perché non si limita alla dimensione liberatoria. La Riolino non cerca di superare il dolore, ma di integrarlo in una racconto più ampio, dove introspezione e costruzione artistica convivono in equilibrio. È un disco che restituisce una notevole coerenza interna e conferma una scrittura in piena evoluzione. Più che offrire risposte, Echo in the Dust continua a interrogare chi ascolta. Ed è proprio in quello spazio aperto che trova la propria forza.
Katherine Priddy - These Frightening Machines
Al suo terzo album, These Frightening Machines, la cantautrice di Birmingham Katherine Priddy compie il passaggio ai trent’anni trasformando il folk degli esordi in un’opera più inquieta e magnetica. Abbandonate in parte le rassicuranti cornici acustiche dei lavori precedenti, la musicista si affida alla produzione di Rob Ellis e ai ricchi arrangiamenti di Ben Christophers per esplorare la fragilità del corpo umano, l’alienazione dei sistemi moderni e la complessità dell’identità femminile. Il risultato è un disco coraggioso, capace di muoversi tra autoanalisi e rivendicazione politica. L’apertura è affidata alle percussioni minacciose di Matches, un inno femminista che rievoca i processi alle streghe per confrontarsi con il patriarcato contemporaneo. La voce della Priddy nasconde una tensione costante, una minaccia trattenuta ma evidente. È però la title track, Frightening Machines, a rappresentare il fulcro dell’opera. Ispirata a un difficile periodo di ospedalizzazione, la canzone affronta il senso di deumanizzazione e la paura della morte, trovando una dolorosa bellezza nella caducità della carne. Sirius sfiora il pop-rock, guidata da un pianoforte e da un insolito sfrigolio di sitar, mentre Hurricane devia verso una sensuale bossa nova costruita su drum machine e tromba, evocando le atmosfere di Kirsty MacColl. Non mancano momenti di pura solidità cantautorale, come la splendida Madeleine, un folk spoglio interpretato insieme a Torres per denunciare l’emarginazione delle donne nell’industria musicale, impreziosito dal violoncello malinconico di Maddie Cutter. Nella parte finale, il valzer folk I’m Always Willing (in duetto con Richard Walters) e la ballata conclusiva Could This Be Enough? riportano il disco verso una dimensione più intima, chiudendolo con un’accettazione priva di retorica dell’essere umano come eterno cantiere aperto. Senza rinnegare la propria sensibilità melodica, Katherine Priddy firma il lavoro più adulto della sua carriera: un album che conferma una voce potente, complessa e finalmente pienamente consapevole.
Kevin Morby - Little Wide Open
Tra le quattro mura del suo studio Kevin Morby ha sempre avuto la tendenza a riempire ogni spazio. Inseguiva archi e cori, quasi temesse il silenzio. L’incontro con Aaron Dessner ha però cambiato il suo metodo: invece di aggiungere, ha iniziato a sottrarre. È questa disciplina a dare forma a Little Wide Open. In Dandelion, uno dei brani più nascosti del disco, Morby scrive dichiaratamente nel solco di Townes Van Zandt e John Prine: «Here comes rain, here comes the flood / Notice the dandelions, somehow it stays dry despite the rain». È un’immagine minima, forse legata al ricordo dell’uragano Katrina osservato anni prima a New Orleans, capace però di continuare a sedimentare anche dopo l’ascolto. Con Little Wide Open, ottavo album in studio, si chiude idealmente la trilogia iniziata con Sundowner e proseguita con This Is a Photograph. Se quei dischi interrogavano luoghi precisi — New York, Memphis, Kansas City — qui lo sguardo si allarga fino a comprendere il cuore degli Stati Uniti. L’Americana resta il punto di partenza, ma motel, autostrade e tramonti perdono ogni patina romantica per trasformarsi in paesaggi attraversati da incendi, alluvioni e tornado. La quiete convive costantemente con la tempesta. Anche la copertina suggerisce questa tensione: una giacca a stelle e strisce, un camper, campi di girasoli al tramonto. Ma già Badlands incrina quell’immaginario. Gli zoccoli dei cavalli, le chitarre e i cani che abbaiano nella notte evocano una frontiera quasi fantastica, mentre l’allarme di un tornado e la voce di Justin Vernon trasformano l’ambiente in qualcosa di instabile. La strada non rappresenta più la libertà della beat generation, ma una condizione esistenziale. In I Ride Passenger il viaggio diventa una lenta deriva verso l’ignoto: «I’ll ride passenger in a burlap sack». Eppure Morby evita sempre il nichilismo. In Die Young, dedicata all’amico Jamie Ewing, la morte lascia spazio alla gratitudine: «If we die young / I’ll live on through you / And you’ll live on through me, too». È uno degli aspetti più sorprendenti del disco: parlare continuamente di mortalità senza rinunciare allo slancio vitale. Questa prospettiva trova il suo compimento in All Sinners. Quando canta «If time plays tiny violins / Then we play symphonies», il tempo diventa una forza incontrollabile, ma anche l’occasione per lasciare qualcosa che sopravviva al nostro passaggio. Siamo passeggeri, ma continuiamo comunque a scrivere la nostra musica. L’album è attraversato da immagini ricorrenti — farfalle, lucciole, la Bible Belt — che costruiscono una trama sotterranea. In 100,000 dettagli personali e riferimenti musicali («Master of Puppets», «Kill ‘Em All») convivono con l’immensità delle pianure americane e con il ricordo dei reclutatori militari nelle scuole. Ogni individuo appare insieme minuscolo e indispensabile. Intorno a Morby si muove una costellazione di collaboratori — Justin Vernon, Katie Gavin, Lucinda Williams, Amelia Meath e Meg Duffy — che arricchiscono il disco. Il secondo lato assume delle sfumature che ricordano il Tom Petty solista, il titolo diceva già tutto: le chitarre si fanno più accoglienti, le canzoni più contemplative, come una lunga guida notturna in compagnia di un vecchio amico. Alla fine Little Wide Open diventa un disco sul ritorno, sull’invecchiare e sulla ricerca di un luogo da chiamare casa. Field Guide for the Butterflies chiude il percorso con versi che condensano l’intero album: «Mama, I got dreams / Is it suicide if I die out chasing thrills? / Just me trying to grow wings». Non è più il racconto di un vagabondaggio irrequieto, ma la storia di qualcuno che, dopo aver attraversato l’America e i propri fantasmi, ha iniziato finalmente a comprendere cosa significhi sentirsi a casa. E sentirsi a casa, prima ancora che fermarsi, significa essere riconosciuti: un ritorno che richiama il nóstos dell’Ulisse omerico, quando il viaggio trova compimento non nel luogo raggiunto, ma negli sguardi che lo accolgono.
Kiki Cavazos – Goodbye Blues
Una fitta polvere avvolge il debutto di Kiki Cavazos, un senso di desolazione vissuta e terra battuta che evoca immediatamente i fantasmi più nobili del folk americano. Chiunque abbia familiarità con le ballate scarne di Townes Van Zandt o la dolente onestà di Blaze Foley ritroverà in Goodbye Blues, pubblicato da Jalopy Records, quella stessa necessità espressiva che non concede nulla alle lusinghe dell’industria discografica. Cresciuta in Montana e passata attraverso un nomadismo radicale tra Alaska, Messico e New Orleans, la Cavazos canta con una voce antica, segnata da una saggezza duramente conquistata e da una profonda consapevolezza della provvisorietà umana. Non è una messinscena, ma pura sostanza: la sua musica suona come se fosse stata concepita in una fattoria isolata e meta di pochi viandanti. La produzione di Sam Doores dei Deslondes è un miracolo di sottrazione. Gli arrangiamenti rimangono scarni, incentrati sulla chitarra acustica e sull’intensità vocale della Cavazos, arricchiti solo da discreti tocchi di contrabbasso, chitarre elettriche appena accennate e armonie vocali che fluttuano come larve. L’iniziale Goodbye the Crazies si muove su un delicato fingerpicking e un contrabbasso avvolgente, riflettendo con amarezza sbiadita sulla progressiva perdita della natura selvaggia dell’Ovest americano. Pezzi come Hawthorne and Heartache sviscerano la solitudine e la dolorosa accettazione della fine di un amore con una densità emotiva disarmante, mentre la successiva Little Old Dusty Road condensa in meno di due minuti una riflessione universale sull’isolamento e sull’interconnessione tra le generazioni. Non mancano momenti in cui il disco accelera il passo, pur senza mai perdere la sua natura. In Pedestal emerge un ritmo che rimanda direttamente al Johnny Cash di Get Rhythm e Cry! Cry! Cry!, guidato da un contrabbasso che fa da contraltare alla malinconia strisciante di Cold Mountain Blue o all’emaciata Grey Ghost Train. È un’opera breve, racchiusa in appena dieci canzoni e poco più di ventisette minuti, eppure possiede il peso specifico dei grandi classici. Con questo lavoro d’esordio, supportato dall’entusiasmo di colleghi come i Big Thief, Kiki Cavazos dimostra che per fare musica non servono sovrastrutture, ma solo una storia autentica da raccontare e una voce capace di far tremare l’anima.
Long Ryders – High Noons Hymns
High Noon Hymns rappresenta il culmine della seconda giovinezza dei Long Ryders, un capitolo in cui i pionieri del Paisley Underground e dell’alt-country non si limitano ad amministrare il proprio mito, ma lo alimentano con una rinnovata creatività. Orfani del bassista Tom Stevens, Sid Griffin, Stephen McCarthy e Greg Sowders si compattano attorno alla produzione asciutta e senza fronzoli del fidato Ed Stasium, confezionando un lavoro che suona come se la band fosse stata colta sul fatto, nel pieno di un concerto infuocato in qualche locale sperduto della California. L’attacco affidato a Four Winters Away mette in chiaro le cose: una ritmica serrata che abbraccia il jangle dei Byrds, sostenendo un testo politico scritto anni fa e soltanto oggi riportato alla luce. Sid Griffin descrive il disco come composto per due terzi di alt-country e per un terzo di avventurismo psichedelico e una tensione rock’n’roll costante ad attraversare l’intera scaletta. Brani graffianti come Stand A Little Further In The Fire mordono con chitarre distorte, richiamando l’energia on the road degli esordi, mentre episodi più cadenzati come Knoxville On The Line e la splendida A Hymn For The City Of Angels – impreziosita dalla presenza di DJ Bonebrake degli X – spostano il baricentro verso una malinconia più matura, sospesa nella memoria. Il basso di Murry Hammond degli Old 97’s offre alle composizioni una spina dorsale robusta, lasciando che il mandolino di Wanted Man In Arkansas e l’organo di Rain In Your Eyes ricamino scorci di pura Americana. A suggellare un’opera intrisa di resilienza e saggezza arriva, in chiusura, una vibrante, commossa rilettura di Forever Young di Bob Dylan, eseguita con armonium e il tocco acustico del giovane Wyatt Ellis. Più che un omaggio al proprio passato, High Noon Hymns è la dimostrazione che i Long Ryders continuano a guardare avanti senza rinnegare ciò che li ha resi capitali. Un disco che celebra la sopravvivenza artistica senza indulgere nei ricordi, fiero di aver preservato intatta, dopo oltre quarant’anni, la propria anima ribelle.
Lucinda Williams – World’s Gone Wrong
Lucinda Williams è sempre stata qualcosa di più di una songwriter: non descrive il mondo, ne registra le crepe. Con World’s Gone Wrong questa funzione si radicalizza. Il disco non si limita a testimoniare il presente, ma lo assume come sintomo di un’epoca in cui il futuro sembra essersi ritirato, l’orrore è diventato quotidiano e l’America appare intrappolata in una crisi morale e spirituale. Se le istituzioni hanno smesso di offrire prospettive, queste canzoni cercano almeno di preservare una forma di resistenza. Musicalmente Lucinda continua a lavorare sulle forme essenziali della canzone americana — folk, blues, country e rock — trattandole come materiali consumati dal tempo. Anche i testi rinunciano a qualsiasi protezione simbolica. Sono ossa esposte, attraversate da quei fantasmi del futuro che Jacques Derrida avrebbe definito hauntology: un passato che continua a infestare il presente, impedendogli di trovare una definitiva chiusura. La sua voce, segnata e fragile, non nasconde il tempo trascorso; lo porta dentro ogni parola insieme al lutto, alla rabbia e a una gratitudine ostinata verso tutto ciò che continua a sopravvivere. La title track apre il disco con chitarre e un organo Hammond che disegnano un paesaggio di declino economico e culturale, mentre il ritornello — «Everybody knows the world’s gone wrong» — trasforma una semplice constatazione in un atto d’accusa. La rovina non viene spettacolarizzata: diventa la misura di ciò che è stato promesso e mai mantenuto. Something’s Gotta Give prosegue lungo la stessa traiettoria. Il groove country-blues e la voce di Brittney Spencer accompagnano un testo che descrive un male ormai strutturale: la paura permea ogni cosa, il dolore non è più un’eccezione ma una condizione permanente. Low Life, scritta con Adrianne Lenker e Buck Meek, apre invece uno spiraglio. In un locale fuori dal tempo, tra Slim Harpo e un jukebox, la comunità torna a essere possibile. «This is the low life / So have a hurricane on me» diventa un’affermazione tanto semplice quanto politica: anche precaria, la condivisione resta una forma di resistenza all’atomizzazione contemporanea. La rabbia riaffiora in How Much Did You Get For Your Soul. Il bersaglio sembra l’inquilino della Casa Bianca, ma il discorso è più ampio: la denuncia investe un sistema disposto a trasformare tutto in merce. È la storia più antica del mondo raccontata nel linguaggio del capitalismo contemporaneo. La rilettura di So Much Trouble in the World, interpretata con Mavis Staples, estende ulteriormente lo sguardo. Il reggae di Bob Marley viene trasposto in un registro più drammatico, mentre Black Tears affonda nello swamp-blues e nella cronaca della violenza. «The dream is deferred / And the churches are burning»: il sogno americano ritorna come uno spettro, confermando che ciò che non viene elaborato continua a infestare il presente. Freedom Speaks rende esplicito il nucleo del disco. «Apathy will blind you / Until it’s too late / My name is freedom» non è uno slogan, ma un invito a rifiutare l’indifferenza. Resistenza, memoria e coscienza politica coincidono senza mai scivolare nella retorica. La chiusura è affidata a We’ve Come Too Far To Turn Around, cantata con Norah Jones. Potrebbe appartenere tanto alla Carter Family quanto a Mahalia Jackson. Il messaggio è essenziale: tornare indietro non è possibile, e la speranza non coincide con l’ottimismo, ma con la perseveranza. Lucinda Williams porta il presente sul proprio corpo senza teatralizzarlo. L’artista e le sue canzoni finiscono così per coincidere, unite da una sofferenza che non chiede di essere sconfitta. In un’epoca che ha normalizzato il cinismo, restare esposti, imperfetti e irriducibili può essere una forma di ostinazione. È anche per questo che il palco continua a essere il luogo in cui la sua voce trova la propria verità.
Margo Price – Days Of Unrest
Margo Price non è mai stata un’artista incline a nascondere le proprie convinzioni dietro metafore offuscate, ma con questo devastante instant record intitolato Days Of Unrest, pubblicato a sorpresa da Loma Vista, la cantautrice del Midwest firma il manifesto politico più esplicito e incendiario della propria carriera. Arrivato nei negozi in concomitanza con il 250° anniversario della nascita degli Stati Uniti, il disco abbandona le lucentezze del mainstream per riscoprire lo spirito più ruspante e barricadiero della folk music e del roots-rock. Prodotto dal fidato Matt Ross-Spang, Days Of Unrest si muove come un documentario attraverso le piaghe contemporanee, alternando composizioni originali a riletture di grandi classici della canzone di protesta che, nelle mani della Price e della sua incendiaria band, i Price Tags, acquistano una necessità incredibile. Il fulcro emotivo dell’opera è senza dubbio la solenne e toccante versione di Deportee (Plane Wreck At Los Gatos) di Woody Guthrie. Margo, che esegue questo brano dal vivo ormai da anni, evoca la Rolling Thunder Review chiamando al proprio fianco nientemeno che Joan Baez, la cui voce leggendaria si intreccia con la sua sopra il ricamo acustico e vibrante dei Memphis Mariachi. Il contrasto tra la gravità di questo desolante ritratto dedicato ai diritti dei migranti messicani e l’energia che attraversa il resto del disco diventa uno dei principali motori dell’album. Quando Days Of Unrest accelera, lo fa senza fare prigionieri. La reinterpretazione di Oval Room di Blaze Foley – originariamente concepita come un proiettile contro l’amministrazione Reagan – si trasforma in un’invettiva a gola spiegata che finisce per adattarsi con inquietante naturalezza al panorama politico del 2026 e, più direttamente, alla figura di Donald Trump. Non mancano momenti di pura esuberanza formale, come la travolgente rilettura in chiave cow-punk di Maggie’s Farm di Bob Dylan, dove la Price urla il proprio disprezzo per le catene del capitalismo selvaggio spingendo il motore al massimo, introdotta da un fischietto che rende omaggio all’epopea di Highway 61 Revisited. C’è spazio anche per una deviazione dalle tinte swamp-rock con Long Haired Country Girl di Charlie Daniels, riletta insieme a Billy Swan con un ghigno sfrontato, e per il rispetto quasi liturgico con cui viene affrontato De Colores, storico inno associato al sindacato United Farm Workers. A fare da collante tra questi episodi intervengono gli strumentali della suite San Marcos, che aprono, spezzano e chiudono la scaletta con grazia, conferendo al disco una sorprendente unità narrativa. Con parte dei proventi destinata al Florence Immigrant & Refugee Rights Project, Margo Price dimostra ancora una volta che, per lei, la canzone di protesta non è un vezzo intellettuale, ma uno strumento di partecipazione civile. Days Of Unrest è un disco breve, ruvido e orgogliosamente militante, che riafferma come il folk e il roots-rock possano ancora raccontare il presente con lucidità, rabbia e una profonda urgenza morale.
Mel and The Tall Boys - Frontier Of Love
Mel And The Tall Boys, guidati dalla cantante e songwriter Mel Johnston, si presentano come la band più indefessa di New York. Ascoltando The Frontier Of Love, il loro primo album sulla lunga distanza, viene spontaneo crederci. Il disco raccoglie brani profondamente radicati nel Brill Building, restituendo un immaginario sonoro con una sana dose di sfrontatezza. Qualità che rende impossibile non lasciarsi conquistare dalla coerenza della loro visione musicale. L’ossatura della band, oltre a Mel Johnston, ruota attorno al chitarrista e produttore Kyle Lacy, affiancato da Andy Bell al basso e JC Myska alla batteria. A completare il quadro intervengono Billy Aukstik alla tromba, Cole Stone-Frisina al sax e Camelia Hartman al violino. Il risultato è un album ricco di carattere, ironia e stile. Mel Johnston interpreta un vero e proprio personaggio, nella sua voce convivono lo spirito di Peggy Lee, Mary Weiss e delle Shangri-Las, ma anche l’energia di Fats Domino e dei Ventures. L’apertura è affidata a Rollin’, un blues-rock costruito su continui stop and go, traboccante di malizia e perfettamente allineato all’accezione più classica del termine rock’n’roll. Le cadenze della prima Motown e gli intrecci vocali danno slancio a Fall A Little Faster, mentre Baby Blues torna a flirtare con il R&B. Nella title track riverberi, suggestioni esotiche e atmosfere da spaghetti western fanno da sfondo a un testo che mette a confronto l’amore romantico con quello per la musica. Make Room, sostenuta da un irresistibile beat rockabilly, prepara il terreno alla prima cover dell’album, Every Night About This Time, un blues originariamente scritto da Fats Domino. Con Runnin’ Around entra invece in scena l’ombra benevola di Chuck Berry, in un brano dal passo saltellante, prima che il gruppo cambi nuovamente registro con il blues felpato di Don’t Try To Cover Your Tracks, impreziosito da interventi di tromba e pianoforte. Il culmine emotivo arriva però con la penultima traccia. The Breeze, firmata dalla stessa Johnston, è una ballata ariosa, attraversata da rimpianto e tensione drammatica, nella quale il violino amplifica il respiro dell’arrangiamento. A chiudere il disco arriva una scelta che sulla carta potrebbe sorprendere: una cover di Randy Newman. Cronologicamente sembrerebbe fuori contesto, ma una volta partita dagli altoparlanti si inserisce nel flusso dell’album con assoluta naturalezza. Guilty è un blues lento e misurato, sorretto dal consueto sarcasmo di Newman. Il testo non solo si integra perfettamente con il tono del disco, ma assume anche un valore quasi metanarrativo, considerando che Mel Johnston trascorre l’intero album nei panni di un personaggio più grande di lei. The Frontier Of Love è convincente per l’approccio rétro, spavaldo e generoso di Mel Johnston, sostenuta da una band affiatata, precisa e sempre sul pezzo. Se davvero Mel And The Tall Boys sono il segreto meglio custodito di New York, è arrivato il momento di smettere di tenerlo nascosto.
Red River Dialect - Basic Country Mustard
Per entrare nell’universo dei Red River Dialect bisogna accettare un presupposto fondamentale: John David Morris non scrive canzoni, ma scava trincee nella terra umida della Cornovaglia. Basic Country Mustard, pubblicato quattro anni dopo il sommesso miracolo di Abundance, segna un ulteriore passo in questa discesa. Fin dai primi minuti è evidente come il baricentro della band si sia spostato verso un folk sempre meno rassicurante e sempre più essenziale. Se il precedente lavoro lasciava ancora affiorare gli echi dei Fairport Convention e l’irrequietezza poetica dei Waterboys, qui ogni orpello viene rimosso per lasciare spazio a un’opera austera, quasi devozionale nella sua ostinata ricerca della verità. La metafora culinaria del titolo è illuminante. La ricetta della senape è di una semplicità disarmante: acqua e semi, niente di più. Eppure, proprio come accade con una buona senape artigianale, tutto dipende dalla qualità degli ingredienti e dal modo in cui vengono amalgamati. Morris, insieme a Simon Drinkwater, Coral Kindred-Boothby, Edd Sanders, Kirhan Bhatt e Robin Stratton, costruisce una miscela sonora intensa e sorprendente, nella quale ogni elemento contribuisce a un equilibrio raro. Il risultato è un disco che rivela nuove sfumature a ogni ascolto, alternando dolcezza, acidità e improvvise note pungenti senza mai smarrire la propria coesione. Il folk-rock dei Red River Dialect continua a sfuggire a qualsiasi tentazione derivativa. Le influenze celtiche – arpa e cornamuse – si intrecciano con chitarre, organi e arrangiamenti ridotti all’essenziale. Registrato nell’arco di pochi giorni, Basic Country Mustard rifiuta il gioco del riconoscimento delle influenze e preferisce parlare con una voce profondamente personale. Le ballate avanzano con la lentezza solenne di chi attraversa una campagna avvolta dalla nebbia, salvo poi aprirsi in fulminee esplosioni, mentre gli archi smettono di ricamare melodie per incidere le canzoni come lame consumate dal tempo. Al centro di tutto resta la voce di Morris. Fragile, corrosa dalle intemperie, possiede quella qualità vissuta che richiama Will Oldham e la gravità profetica del primo Leonard Cohen. Più che interpretare i propri brani, Morris sembra abitarli, trasformando ogni canzone in una confessione pronunciata a bassa voce. Anche sul piano dei testi il disco si distingue per la straordinaria capacità di far convivere ironia e inquietudine. La title track utilizza la metafora della senape per riflettere sulla depressione, sulla nostalgia e sulla tentazione di ripiegarsi su sé stessi. È un’intuizione brillante, che nasconde una riflessione amara sulla salute mentale e sul desiderio di sottrarsi all’inerzia emotiva. L’imprevedibilità della scrittura emerge ancora più chiaramente in Fire BB (Frocks of the Parson), dove un sogno surreale vede Morris partorire un bambino. Da questa premessa assurda nasce un flusso di immagini grottesche, humour nero e improvvisi cambi di prospettiva che trasformano l’assurdo in una meditazione sorprendentemente umana sulla paura e sull’identità. Con Torrey Canyon, Lyonesse il disco assume invece una dimensione da epos. Il naufragio della petroliera Torrey Canyon, affondata tra Land’s End e le Isole Scilly nel 1967, diventa il punto di partenza per intrecciare storia, mito e presente. La devastante marea nera, il bombardamento della Royal Air Force e la leggenda della terra sommersa di Lyonesse convergono in una meditazione sulla perdita e sull’ossessione contemporanea per la sopravvivenza, popolata da uomini che costruiscono bunker nell’illusione di poter sfuggire al collasso climatico. Burn the Clutch riporta infine il racconto al presente, affrontando con sarcasmo il rapporto tra creatività e intelligenza artificiale. È una delle pagine più taglienti dell’album, capace di condensare alienazione, autoironia e critica culturale in pochi versi. Basic Country Mustard non offre ristoro: invita ad abitare il dubbio. È un disco che cresce lentamente, rivelando la propria forza ascolto dopo ascolto, fino a imporsi come il lavoro più maturo e radicale della band. Pungente, spigoloso e sorprendentemente caldo nella sua apparente austerità, rappresenta la dimostrazione definitiva di quanto Morris e compagni abbiano ormai trovato una voce unica. Non il disco più immediato dei Red River Dialect, ma con ogni probabilità il loro manifesto artistico più compiuto.
Ringo Starr – Long Long Road
Long Long Road si inserisce nella discografia di Ringo Starr come la prosecuzione speculare di Look Up, consolidando la partnership con T Bone Burnett per dare forma a un raffinato canone di Americana. Se il lavoro precedente cercava la luce di Nashville, questo nuovo capitolo rallenta il passo, spogliando progressivamente le strutture country-pop per lasciare affiorare una sobria infelicità. L’incipit affidato a Returning Without Tears è una ballata folk-rock in cui la steel guitar disegna traiettorie attorno a una riflessione matura sul distacco e sulla riconciliazione. La produzione asciutta di Burnett lascia che siano le imperfezioni della voce di Ringo a sostenere il peso emozionante del brano. La stessa tensione riaffiora in Baby Don’t Go, episodio dalle marcate tinte roots nel quale si avverte l’eco delle produzioni di Joe Henry e dei lavori più tardi di Guy Clark. Il cuore del disco è rappresentato da It’s Been Too Long, impreziosita dagli intrecci vocali di Molly Tuttle e Sarah Jarosz. Qui la batteria di Ringo ritrova quel senso del tempo inconfondibile — rilassato ma inesorabile — che ha contribuito a definire l’identità ritmica dei Beatles, dialogando con una chitarra acustica che ne guida la creazione. La scelta di inserire una rilettura di I Don’t See Me In Your Eyes Anymore, ripescata dal repertorio di Carl Perkins, assume il valore simbolico: Ringo spoglia il brano dell’enfasi originaria per trasformarlo in un sussurro intimo, un omaggio alle proprie radici adolescenziali che rifugge qualsiasi tristezza di maniera. L’album cambia passo con episodi come Why e con la sorprendente rilettura di Choose Love. Originariamente title track del suo album del 2005, la canzone viene qui completamente ripensata. Burnett ne dissolve l’irruenza pop-rock per immergerla in un’atmosfera acustica, nella quale gli archi non cercano mai l’enfasi, ma costruiscono delicate zone d’ombra. Anche nei momenti apparentemente più brillanti, come You And I (Wave Of Love), permane una sottile vena di disillusione che contribuisce a dare al disco una coesione rara. La title track conclusiva, Long Long Road, suggella il percorso con un minimalismo, nel quale anche le collaborazioni più prestigiose — Sheryl Crow, Billy Strings, St. Vincent, Molly Tuttle e Sarah Jarosz — rimangono sempre al servizio delle canzoni. Più che un bilancio di carriera, è il racconto sereno di una lunga traiettoria umana e artistica, raccontata senza compiacimento, «Don’t be attacked by your thoughts / Let them come in and let them go / There was a night I was on my own / And I was feeling pretty low». Ringo Starr non cerca di inseguire il tempo che passa: lo accoglie con la leggerezza di chi ha ormai compreso che la vera maturità consiste nel sottrarre, non nell’aggiungere. È proprio questa discrezione a rendere Long Long Road uno dei capitoli più sinceri e convincenti della sua tarda stagione creativa.
Ryan Bingham - They Call Us the Lucky Ones
They Call Us the Lucky Ones, il ritorno discografico di Ryan Bingham, avanza come un vecchio treno merci attraverso i territori dimenticati dell’America rurale. Bingham non indossa maschere né cerca scorciatoie espressive: la sua voce graffia ogni brano come carta vetrata sul legno, richiamando la tradizione più autentica del cantautorato outlaw. Il risultato è un disco che guarda ai margini del sogno americano senza indulgenza alcuna, raccontando un’umanità costretta a convivere con precarietà e ostinazione. La title track mette subito a fuoco questa prospettiva. Trasformata in una ballata roots-rock dal passo lento, costruita su chitarre acustiche e un’armonica che sembra riecheggiare da molto distante, la canzone smonta l’illusione della fortuna come misura del successo. Bingham capovolge la retorica dell’american dream e la sostituisce con il racconto di chi sopravvive ai margini, dove la dignità vale più del benessere. L’evocazione di un amico scomparso amplifica ulteriormente il senso di perdita, fino a trasformare la sopravvivenza in una colpa da espiare o, forse, nell’unico miracolo ancora possibile. Il disco beneficia enormemente del sodalizio con la sua fidata band, i Texas Gentlemen, questa energia esplode nell’anima soul-rock di Let the Big Dog Eat, dove la sezione fiati e un groove palpitante dimostrano come il dolore possa ancora diventare forza propulsiva invece che rassegnazione. Il cuore del lavoro emerge però in Americana, probabilmente il manifesto più esplicito dell’intero album. Tra camion, sigarette spente, e rifugi nei boschi, Bingham costruisce un’epopea picaresca che riflette sull’isolamento culturale di una nazione sempre più frammentata. Quando canta della facilità con cui una teoria del complotto riesce a sostituire una realtà troppo dolorosa da affrontare, il suo sguardo trascende la cronaca per trasformarsi in una riflessione amara sul presente. A questa disillusione fa da contrappunto Relevance, che chiude idealmente il percorso con una domanda tanto semplice quanto fondamentale: quale significato possono ancora avere le canzoni che raccontano il dolore e la fatica quotidiana se viene meno l’amore capace di tenere insieme le nostre storie? I richiami allo Springsteen di The Ghost of Tom Joad e al realismo narrativo di John Prine sono evidenti, ma Bingham li rielabora attraverso una sensibilità personale, maturata anche grazie alle esperienze degli ultimi anni. They Call Us the Lucky Ones non è soltanto un altro capitolo della sua discografia: è un disco che interroga il presente senza cercare facili risposte, trasformando il folk, il country in uno strumento di analisi sociale. Ne emerge un ritratto intenso e profondamente umano dell’America invisibile, raccontato con quella ruvida sincerità che continua a fare di Ryan Bingham una delle voci più credibili del moderno cantautorato americano.
Simon Joyner – Tough Love
Per oltre trent’anni Simon Joyner è stato una delle figure più singolari della musica indipendente americana. Nato a New Orleans nel 1971 e residente da tempo a Omaha, in Nebraska, ha costruito la propria carriera lontano dai riflettori, pubblicando dischi con ostinazione e seguendo sempre una sua visione personale. L’influenza su musicisti come Conor Oberst e Kevin Morby è ormai riconosciuta, pur restando lui una presenza appartata, fedele a una scrittura che privilegia l’intimità e la verità emotiva. Pubblicato nel maggio 2026, Tough Love, diciannovesimo album in studio, nasce inevitabilmente all’ombra di Coyote Butterfly, il disco dedicato alla morte del figlio Owen. Se quel lavoro affrontava il lutto nella sua dimensione più diretta, qui Joyner allargare lo sguardo, trasformando il dolore privato in una riflessione sulle relazioni, sulle responsabilità e sulle conseguenze delle nostre azioni. L’amore severo evocato dal titolo diventa così la chiave attraverso cui rileggere i rapporti tra genitori e figli, fratelli, amanti, cittadini e istituzioni, fino a investire lo stesso american style, ormai percepito come una promessa logorata dal disincanto. La scrittura di Joyner continua a nascere dall’esperienza vissuta senza inseguire temi prestabiliti. Solo a posteriori le canzoni rivelano una sorprendente coerenza interna. In Tough Love quasi tutti i brani iniziano quando l’evento decisivo è già accaduto: il trauma, la perdita o il fallimento appartengono al passato. L’interesse non è rivolto al fatto in sé, ma a ciò che rimane quando si è costretti a convivere con le sue conseguenze. Questa prospettiva coincide anche con un ritorno alla narrazione. Dopo gli esordi influenzati dal carattere confessionale di Loudon Wainwright III, Joyner aveva progressivamente affidato le proprie riflessioni a personaggi immaginari. Qui quella scelta acquista una profondità diversa: l’esperienza del lutto gli consente di raccontare vite lontane dalla propria senza perdere autenticità, trasformando ogni figura in uno specchio attraverso cui interrogare se stesso. Sul piano musicale il disco continua a muoversi tra le ombre di Leonard Cohen, di Bob Dylan e dei Velvet Underground, alternando ballate country-folk a tensioni elettriche e derive che richiamano Loaded e Street Hassle. Le sessioni con Caleb e Micah Dailey della Moone Records e la collaborazione di lunga data con Michael Krassner introducono una componente più rumorosa, fatta di suoni opachi e instabili che riflettono il paesaggio interiore dei personaggi. Annelie apre il disco con un lo-fi di ascendenza velvettiana e introduce immediatamente la poetica della disillusione. Drowning Man riflette sul potere seduttivo delle illusioni, mentre Vagabond accompagna il protagonista lungo un’esistenza sospesa tra spettanza e fuga. A Room Like This costruisce invece uno spazio claustrofobico che diventa metafora della paralisi emotiva. Lungo tutto il disco anche quando affiora una critica all’America contemporanea, Joyner evita il proclama politico per concentrarsi sulle ferite che quelle contraddizioni infliggono alle persone. Anniversary Song rappresenta uno dei momenti più audaci: sintetizzatori microtonali, voci smorte e atmosfere astratte allontanano temporaneamente il disco dal folk, confermando una ricerca ancora aperta. Tutto conduce alla monumentale conclusiva title track, venti minuti che costituiscono il vero centro dell’opera e completano idealmente Coyote Butterfly. Attorno a una chitarra ridotta all’osso e a droni appena percettibili, Joyner affronta il senso di colpa, il fallimento percepito come padre e tutto ciò che non potrà più essere corretto. La scelta decisa è narrativa: a parlare è il figlio scomparso. Il dialogo immaginario con Owen diventa il modo per confrontarsi con la propria rabbia e con un dolore che il disco precedente non aveva ancora consumato. Apre lentamente alla possibilità di convivere con la perdita senza esserne logorati. È qui che Tough Love trova il proprio significato più profondo. L’amore continua a esistere anche quando non può più proteggere né salvare. Joyner torna a rivolgere lo sguardo verso il mondo senza rinunciare alla verità conquistata lungo quel percorso.
Spencer Cullum - Coin Collection 3
Spencer Cullum chiude il cerchio della sua trilogia con Coin Collection 3, un’opera che si muove tra il folk inglese e gli ampi orizzonti di Nashville. Abbandonate in parte le divagazioni dei primi due capitoli, il polistrumentista londinese si ritira nel capanno del proprio giardino per assemblare un mosaico intimo e sorprendentemente ambizioso. Il risultato è un folk-rock austero e minimale che guarda a Bert Jansch, Richard Thompson e ai Fairport Convention. L’album si apre con le atmosfere ancestrali di Rowan Tree, un brano intriso di una sottile inquietudine ispirata all’antologia Damnable Tales: A Folk Horror Anthology di Richard Wells. Cullum trasforma il fascino per l’occulto e i rituali pagani in una lente attraverso cui osservare le contraddizioni del presente, dal tardo capitalismo alla crisi climatica. Accanto a questa tensione convivono però momenti di disarmante intimità. In Jackie Paints dedica un ritratto affettuoso alla madre pittrice, lasciando che il canto sommesso si adagi su flauti e decorazioni di pedal steel che richiamano la grazia infelice di Nick Drake. Il disco è costruito attraverso contributi registrati a distanza e ricomposti con sorprendente disinvoltura. C’è il banjo di Allison de Groot, inciso con un iPhone nel backstage di un concerto, le armonie di Erin Rae in Look at the Moon e gli interventi di Oisin Leech e Annie Williams. Fino alle deviazioni krautrock e blues di Easy Street e al minimalismo di Washed Upon the Shore, impreziosito dalle chitarre e dai sintetizzatori di Rich Ruth. Cullum firma così il suo lavoro più riflessivo e concluso, un disco che dialoga con l’eleganza di Kevin Ayers e con il lirismo appartato di Robert Wyatt, confermando che dietro uno dei turnisti più richiesti della scena americana si nasconde un autore di rara sensibilità.
The Hanging Stars – Just A Day
Dopo la fortunata collaborazione dello scorso anno con l’icona folk Bonnie Dobson, i londinesi Hanging Stars tornano alle proprie radici riorganizzando le priorità del loro suono. Diventati un quartetto più essenziale, mettono da parte i flauti e i ricami da pedal steel che avevano caratterizzato le ultime uscite per rifugiarsi, ancora una volta, nei Clashnarrow Studios di Edwyn Collins immersi nelle Highlands scozzesi. Qui, circondati da una strumentazione vintage che comprende persino una storica Gretsch utilizzata dagli Orange Juice, registrano il sesto album Just A Day, pubblicato ancora una volta dalla Loose Music. La vera svolta coincide con l’ingresso in cabina di regia di Gerard Love, storico membro dei Teenage Fanclub. Love non si limita a ripulire il suono: infonde al disco quella amarezza pop e quelle progressioni armoniche che richiamano immediatamente i Big Star e i Byrds. Lo dimostra l’apertura di All Your Yesterdays, costruita su un arpeggio di chitarra composto dallo stesso Love, che scivola in un intreccio di organo e armonie a quattro voci. Se i lavori precedenti inseguivano una grandeur da West Coast psichedelica, Just A Day sceglie la via di un jangle-pop agrodolce, diretto e rifinito con grande cura. I singoli The Glasshouse e Let It Slide colpiscono per melodie che si imprimono fin dal primo ascolto, mentre Show Me The Way intreccia il country-rock dei Flying Burrito Brothers con un giro di basso preso a prestito dall’Electric Light Orchestra. La voce di Richard Olson, venata di un’empatia matura e riflessiva, accompagna l’ascoltatore in meditazioni sul tempo che passa e sulla bellezza effimera del quotidiano. Meno cosmici rispetto al passato ma decisamente più a fuoco, gli Hanging Stars firmano un disco attraversato da quella solarità tipicamente britannica che riesce sempre a nascondere una sottile nostalgia.
The Milk Carton Kids - Lost Cause Lover Fool
Il folk d’autore soffre spesso di un eccesso di deferenza verso il passato, un’ansia filologica che finisce per trasformare la tradizione in una teca museale. I Milk Carton Kids hanno trascorso gran parte della loro carriera a sfidare questa tentazione, armati soltanto di due chitarre acustiche, due voci e un’ironia dolceamara che richiama i fantasmi del Greenwich Village. Con Lost Cause Lover Fool, Kenneth Pattengale e Joey Ryan non si limitano a evocare Simon & Garfunkel o la precisione armonica dei Louvin Brothers: usano quel linguaggio per riflettere sulle fragilità dell’individuo, facendo dell’eleganza formale l’ultimo argine al disordine emotivo. Il fatalismo che attraversa il disco non assume mai i contorni della resa, ma quelli di un lucido realismo. La tensione nasce dal contrasto tra la purezza degli arrangiamenti e il peso dei testi. La chitarra di Pattengale, sospesa tra jazz e bluegrass, intesse melodie sopra il tessuto ritmico di Joey Ryan, dando vita a un dialogo musicale essenziale ma ricchissimo di sfumature. Persino il nome del duo racchiude un sottotesto inquieto. I Milk Carton Kids prendono infatti ispirazione dalle fotografie dei bambini scomparsi stampate sui cartoni del latte: un’immagine tragica e straniante, in netto contrasto con la sobrietà della loro musica. È una contraddizione che, in fondo, descrive bene anche il disco. Più che affidarsi a un singolo episodio, Lost Cause Lover Fool convince per la coerenza dell’insieme. Le nove canzoni condividono una misura rara, evitando ogni compiacimento tecnico e lasciando che siano le armonie vocali e la scrittura a guidare l’ascolto. Le ascendenze di Neil Young affiorano soprattutto in Blinded and Smiling e nella distesa A Friend Like You, sei minuti di quieta intensità impreziositi dal mandolino. La malinconica My Place Among the Stones colpisce per la sua riflessione sul rimpianto e sul continuo vagabondare, mentre Ribbon affronta con delicatezza la precarietà dei sentimenti. Il banjo appena accennato di Blue Water aggiunge una sfumatura bluegrass, senza alterare l’essenzialità dell’insieme. Le armonie vocali rinunciano a qualsiasi leziosità e diventano il riflesso di un equilibrio sempre sul punto di incrinarsi. È una poetica che richiama la sobrietà di Joe Henry e Gillian Welch, ma i Milk Carton Kids celebrano l’imperfezione con una precisione esecutiva quasi paradossale: la loro disciplina musicale è costantemente al servizio della fragilità umana. Non c’è redenzione finale, ma la dignità di continuare a suonare mentre tutto il resto sembra sgretolarsi. Lost Cause Lover Fool è un disco che premia la pazienza, la cura per i dettagli e la sincerità interpretativa. Non cerca la sperimentazione né l’effetto immediato; preferisce costruire, ascolto dopo ascolto, uno spazio di rara intimità.
The Nude Party - Look Who’s Back
In un panorama sempre più dominato dall’autoreferenza, i Nude Party scelgono la direzione opposta. Look Who’s Back non cerca profondità esistenziali, punta tutto su ciò che il rock’n’roll sa fare meglio quando viene liberato da ogni sovrastruttura: volume, groove, chitarre e sette musicisti che suonano insieme. È un ritorno alle origini in ogni senso. Dopo tre album pubblicati dalla storica New West Records, la band torna all’autoproduzione, recuperando quello spirito DIY che aveva caratterizzato gli esordi nei seminterrati di Boone, North Carolina da dove provengono. Ritrovata l’indipendenza, Patton Magee e compagni si rifugiano nel deserto del Joshua Tree, dove registrano il nuovo disco nel salotto trasformato in studio del produttore e amico Michael Rault. Look Who’s Back prende forma in appena cinque giorni, nel mezzo di un tour. Quelle sessioni finiscono per imprimersi direttamente sul suono: vivo, spontaneo e irresistibilmente immediato. Ed è proprio questa alchimia il vero punto di forza dei Nude Party. In un’epoca in cui molte formazioni faticano a restare in vita, loro continuano a viaggiare con la stessa line-up: Patton Magee, Shaun Couture, Connor Mikita, Alec Castillo, Zachary Merrill, Austin Brose e Jon “Catfish” Delorme. Più che una band, una fratellanza che nel tempo ha sviluppato un’intesa quasi telepatica. La loro storia nasce tra concerti improvvisati nei seminterrati dell’Appalachian State University, quando il gruppo macinava chilometri in tour. Da lì sono arrivati il trasferimento a New York, il contratto discografico, i festival internazionali e una crescita costante culminata con l’omonimo debutto del 2018, Midnight Manor e Rides On. Look Who’s Back raccoglie tutto questo percorso e lo restituisce nella forma più essenziale possibile. Restano evidenti gli omaggi ai Rolling Stones e a Lou Reed, ma questa volta emerge anche un gusto più marcatamente pub rock, con richiami ai Rockpile e a quella tradizione capace di fondere vigore, ironia e melodie. La title track apre il disco con un’andatura blues e un sorriso sornione, mentre Not That Bad affronta la solitudine con un piglio disarmante. Caroline racconta un amore mai iniziato, sostenuta da uno dei riff più efficaci dell’album. Tra i momenti centrali spicca Walk That Walk, costruita su chitarre dall’incedere glam. È una canzone che parla di sogni, ambizione e del desiderio del palco. Poco dopo arriva Love Is Electric, che lascia maggiore spazio al pedal steel e al dobro di Delorme, mentre Honey for the Barflies procede su un groove fatto di cori, bicchieri alzati e quell’apparente disordine che soltanto le grandi rock band riescono a controllare. Tra gli episodi più riusciti c’è anche Sweetheart of the Radio, impreziosita dalle armonie di Pearl Charles e Haylie Davis. Il brano sfiora il cosmic country senza perdere mordente, dimostrando quanto i Nude Party riescano a muoversi con naturalezza tra rock, country e Americana. È proprio questa capacità di abitare i territori di confine a renderli una presenza anomala e preziosa a renderli perfettamente a loro agio in quella terra di mezzo dove convivono Rolling Stones, Flying Burrito Brothers e i primi Wilco. La chiusura è affidata a Juarez, che rallenta il passo senza disperdere l’energia accumulata lungo il percorso. Tra suggestioni messicane, atmosfere desertiche e uno storytelling essenziale ma efficace, il brano conferma la solidità della scrittura. Look Who’s Back non pretende di cambiare le regole del gioco. A volte il modo più autentico per andare avanti non è scavare più a fondo, ma tornare semplicemente a suonare forte.
The Riflebirds of Portland – April
Lo spettro che s’aggira per April, l’esordio dei Riflebirds of Portland, è una afflizione sedata che attraversa l’Oregon prima che il grunge e la gentrificazione ne riscrivessero l’immaginario culturale. Pubblicato originariamente su cassetta nel 1989 e oggi viene finalmente restituito alla luce grazie a un meticoloso lavoro di restauro sonoro ad opera della Regional Records. Ascoltare questa ristampa significa ritrovare il momento esatto in cui il jangle-pop incontra un lirismo profondamente letterario, fissando una band nel pieno della propria giovinezza creativa. Le canzoni scritte dal bassista Lee Oser sono percorse da una necessità spontanea ma matura, mentre la voce limpida di Kate Lieuallen oscilla tra registri diafani e melodici. L’iniziale Pieces of Time si muove come la nebbia del mattino, evocando il lato più intimo dei Fleetwood Mac, prima di lasciare spazio all’energia contagiosa di Dreaming of a Kiss, dove il violino di Skip Parente attraversa le chitarre con una leggerezza folk. È proprio in questo continuo equilibrio tra delicatezza e slancio che April trova la propria identità. La band passa con disarmante naturalezza da una rilettura nervosa e scintillante di And Your Bird Can Sing dei Beatles a ballate raccolte come Michael, dominata dal pianoforte e attraversata da un lirismo che richiama la stagione più contemplativa di Joni Mitchell. La produzione originale di Marvin Etzioni, valorizzata dal nuovo remaster realizzato agli Abbey Road Studios, conserva intatta la natura del gruppo. I fiati di Doug Weiselman donano a After Today una tensione filmica, mentre la conclusiva Might as Well Stay rallenta il passo tra sfumature jazz che riportano alla sensibilità di Aimee Mann. April non ha il sapore di una semplice curiosità d’archivio né di una promessa rimasta incompiuta. Al contrario, restituisce l’immagine di una band che aveva già trovato una voce personale, capace di fondere folk, pop e letteratura. Trentasei anni dopo, queste canzoni non chiedono di essere riscoperte per rimpianto, ma perché continuano a suonare vive, sincere e, soprattutto, fuori dal tempo.
Tift Merritt – Sugar
Ci sono voluti nove anni di silenzio discografico, trascorsi tra l’insegnamento alla Duke University e il lavoro come mentoring, perché Tift Merritt ritrovasse la strada di uno studio di registrazione. Il risultato è Sugar, pubblicato da One Riot Records, un disco assemblato ai Gold Pacific Studios di Nashville con la produzione di Lawrence Rothman. Chi si aspetta il consueto folk-country elegante e misurato rimarrà sorpreso: queste canzoni pulsano di una sincerità disarmante. A sostenerle c’è una band in stato di grazia, composta dal chitarrista Audley Freed, dal polistrumentista Robert Ellis e dal batterista dei Dr. Dog Eric Slick. Insieme costruiscono un suono sospeso tra folk, soul e rock, che richiama la Maria McKee di High Dive. Nell’apertura affidata a Finest Feelings e nella successiva Generous, il pianoforte diventa il centro delle composizioni, mentre confessioni si alternano a improvvise aperture che impediscono alla scrittura di ripiegarsi su se stessa. I momenti più intensi arrivano quando la Merritt lascia emergere il lato più enfatico della propria scrittura. In Locks canta con un’intensità che richiama le ballate di Rufus Wainwright e l’espressività di Barbara Manning, mentre la splendida Library of Dust procede con un’inquietudine che guarda apertamente a Patti Smith. Non manca l’ironia. Last Ditch Ultimatum è un brillante midtempo dal sapore apocalittico che immagina un paradiso temporaneamente chiuso per eccesso di egoismo: nessuno potrà entrarvi finché non sarà garantito un posto anche agli ultimi della Terra. La title track rappresenta il cuore del disco. Sugar si apre con la sola voce della Merritt, prima che l’arrangiamento si allarghi fino a sfociare in un liberatorio coro gospel. A chiudere arriva Philosopher’s Song, una preghiera laica che cerca un gesto di gentilezza in un mondo sempre più disorientato. Più che un semplice ritorno, Sugar testimonia la maturità di un’artista che, dopo anni di silenzio, ha trovato un modo nuovo di raccontare l’amore.
Wendy Eisenberg – Wendy Eisenberg
Il percorso artistico di Wendy Eisenberg non segue traiettorie coerenti. Chi l’ha conosciuta attraverso i grovigli noise-punk degli Editrix o le destrutturazioni jazz accanto alla chitarra di Bill Orcutt difficilmente si aspetterebbe un disco come questo suo omonimo lavoro pubblicato da Joyful Noise Recordings. Ma è proprio qui che la musicista sorprende: con un’immersione nella forma canzone più limpida, affrontata con la stessa radicalità che ha sempre caratterizzato la sua ricerca. L’album nasce da una profonda trasformazione personale. Il superamento di traumi passati e una rinnovata consapevolezza della propria identità queer diventano il motore di una scrittura che fa della vulnerabilità il proprio punto di forza. La straordinaria tecnica chitarristica della Eisenberg non viene accantonata; semplicemente si mette al servizio della canzone, dialogando con la tradizione folk e lasciando affiorare echi di John Prine, Vashti Bunyan e Joanna Newsom. Fin dall’apertura di Take a Number, il raffinato fingerpicking si intreccia a delicati arrangiamenti d’archi, costruendo un’atmosfera attraversata da una tensione costante che non smette mai di vibrare. Determinante è anche il lavoro dei collaboratori. La produzione condivisa con la compagna Mari Rubio avvolge il disco in un tessuto di pedal steel, archi e sintetizzatori. Allo stesso modo, la sezione ritmica formata dal contrabbassista Trevor Dunn e dal batterista Ryan Sawyer conferisce alle composizioni equilibrio. Meaning Business, scritta in memoria di David Lynch, rappresenta uno dei vertici dell’album. Il folk della Eisenberg si apre a derive che trasformano la guarigione in un percorso onirico, dove la perdita di orientamento diventa parte integrante della rinascita. È proprio in questa continua oscillazione tra controllo e abbandono che il disco trova forza. In It’s Here la pedal steel accompagna una dichiarazione d’amore rivolta a Mari Rubio con una dolcezza mai leziosa, mentre Vanity Paradox espone ferite ancora aperte attraverso melodie sghembe. Nella conclusiva The Walls, la voce della Eisenberg si libra sopra una ritmica essenziale con una libertà che ha il sapore della ripresa. Spogliandosi delle sue armature più rumorose, Wendy Eisenberg realizza paradossalmente il lavoro più radicale della propria carriera. Un disco che dimostra come la ricerca possa passare anche attraverso la semplicità apparente della forma canzone, senza perdere nulla della propria forza espressiva.


