LEMON TWIGS - LOOK FOR YOUR MIND!
(Captured Tracks 2026)
Ci sono band che ascolti e basta, e poi ci sono quelle che arrivano con tutto il loro armamentario da restauratori del rock, lucidatori di vinili, necromanti del multitraccia analogico, e ti fanno venire voglia di dire: basta. Davvero basta. Un’altra band di ventenni che si veste come se fosse intrappolata negli anni Sessanta, un’altra operazione nostalgia per gente che colleziona pedali fuzz come reliquie religiose e parla del calore del nastro con la stessa gravità con cui altri parlano del collasso climatico. I Lemon Twigs, a guardarli da fuori, sembrano esattamente quel tipo di band lì. Anzi, sembrano la caricatura perfetta di quel tipo di band. Ci sono tutte le cose giuste — o sbagliate, dipende dal livello di sopportazione che hai raggiunto verso il revivalismo musicale. Le armonie perfette. I riferimenti scoperti, quasi ostentati. Le melodie che sembrano uscite da un jukebox. Le giacche troppo eleganti per essere innocenti. Quell’aria da ragazzi cresciuti ascoltando dischi che normalmente vengono nominati soltanto da uomini e donne che iniziano le frasi con il problema della musica di oggi è che… E infatti, all’inizio, la tentazione è quella di archiviarli immediatamente sotto la categoria: molto bravi, molto colti, molto inutili. Perché di band così ce ne sono sempre. Ce ne sono tante. Appena il presente comincia a fare paura, o semplicemente a diventare troppo caotico, spuntano gruppi che decidono di rifugiarsi nel passato come chi scappa in campagna dopo un burnout. E all’inizio sembra sempre una buona idea. Riscopriamo la melodia. Torniamo alla scrittura vera. Le canzoni, quelle con gli accordi. Poi però spesso finisce nello stesso modo: esercizi di stile impeccabili e completamente inerti. Musica che non vive, ma cita la vita. Canzoni che sembrano fatte più per essere riconosciute che ascoltate. Il pubblico che annuisce soddisfatto perché coglie il riferimento, come a una degustazione di vini dove tutti fingono di sentire note di cuoio, ma il cuoio è solo nelle scarpe. I Lemon Twigs sembrano destinati a quel museo lì. E forse è proprio per questo che all’inizio li tieni a distanza. Con un certo sospetto. Con quella stanchezza preventiva che viene quando senti parlare di nuovi geni del classic pop e sai già cosa ti aspetta: articoli pieni di paragoni ingombranti, interviste dove qualcuno nomina Brian Wilson entro i primi trenta secondi, fan che parlano della band come se fossero gli ultimi esseri umani ad aver capito qualcosa della musica occidentale. Una noia mortale, in teoria. E invece il problema è che poi li ascolti. Ma non nel senso normale del termine. Non ascolti un disco. Peggio. Ti restano dentro. All’inizio quasi ti infastidisce accorgertene. Ti dici che è solo mestiere, che sono troppo preparati per non saper scrivere una melodia efficace. Certo che ti entra in testa. Anche gli spot pubblicitari lo fanno. Eppure con loro succede qualcosa di più ambiguo, più difficile da liquidare. Le canzoni non sembrano semplicemente ben costruite: sembrano inevitabili. Ti ritrovi a pensarci mentre fai altro, mentre lavi i piatti o attraversi la città senza guardarla. Ti accorgi che una vocalità continua a girarti in testa non come un tormentone, ma come un pensiero lasciato nell’aria. E la cosa peggiore è che non capisci subito perché. Perché se fossero soltanto nostalgici sarebbe facile. Potresti metterli nello scaffale delle belle imitazioni e andare avanti. Ma loro non funzionano così. Non usano il passato come un costume di carnevale da indossare nei weekend. Lo trattano come una materia ancora viva, ancora mobile, qualcosa che non è stato archiviato correttamente e continua a infiltrarsi nel presente. Ed è una differenza enorme. La maggior parte delle band vuole ricreare un’epoca. I Lemon Twigs sembrano convinti che quell’epoca non sia mai finita. Ed è qui che comincia il guaio. Perché a quel punto smetti lentamente di accogliergli con tono sardonico. Ti accorgi che il sarcasmo, la malcelata ironia d’accatto — quella con cui hai iniziato — comincia a sembrarti una posa un po’ pigra, indolente. Non perché siano importanti, o salvifici, o tutte quelle parole gigantesche che la critica musicale usa quando vuole compensare la propria irrilevanza culturale. Ma perché nelle loro canzoni c’è una forma di attenzione quasi scandalosa. Un livello di cura che oggi sembra fuori mercato. Ogni armonia sembra pensata fino all’ossessione, ma senza mai diventare sterile. Ogni svolta melodica dà l’impressione di essere stata inseguita per giorni interi finché non ha trovato la sua forma inevitabile. E sotto tutta quella precisione tecnica continua a esserci qualcosa di sorprendentemente umano: goffaggine emotiva, entusiasmo, malinconia, persino una certa ingenuità ostinata che non cercano mai di nascondere dietro il cinismo dei nostri giorni. Forse è questo che disarma. Non la bravura. La sincerità. Che oggi è una cosa quasi imbarazzante da incontrare. Viviamo in un tempo in cui tutto deve avere una distanza ironica incorporata, una specie di airbag emotivo. Tutto deve avere l’odore del già fatto, del già consumato, del già trasformato in meme. E invece loro sembrano incapaci di proteggersi in quel modo. Scrivono canzoni enormi senza vergognarsi della loro grandezza. Cercano melodie bellissime come se fosse ancora un’ambizione legittima. A volte sembrano perfino fuori dal tempo non perché guardino al passato, ma perché rifiutano il meccanismo contemporaneo dell’autoironia permanente. E succede una cosa strana: quella che sembrava una semplice band da languidi intenditori comincia a occupare uno spazio mentale più quotidiano, più intimo. Non nel senso romantico e un po’ teatrale del questa musica mi ha cambiato la vita. Quello è il tipo di frase che normalmente viene pronunciata all’una di notte da qualcuno che ha appena scoperto che esiste il vinile. No, è qualcosa di più silenzioso e testardo. Ti ritrovi a chiederti perché un certo passaggio armonico ti sembri così naturale anche se, tecnicamente, non dovrebbe esserlo. A immaginare come abbiano costruito certi arrangiamenti. A usare inconsciamente il loro modo di sentire la musica come una specie di grammatica interna. I Lemon Twigs diventano un’abitudine mentale. E questa è forse la forma più profonda di affezione artistica: non l’adorazione, ma la familiarità. Ti sembra di conviverci, come si convive con qualcosa che ha già trovato posto nella tua esistenza, e che proprio per questo finisce per mettere in comunicazione persone che non avrebbero motivo di incontrarsi: chi li ascolta oggi come se fossero una novità assoluta e chi invece riconosce in quelle stesse canzoni un lessico antico, riattivato. Una specie di punto di passaggio, quasi involontario, tra età diverse che si scoprono, per un attimo, contemporanee. Come si convive con certe ossessioni leggere, con certi libri lasciati aperti sul comodino per mesi, con quelle voci che ormai riconosci immediatamente anche da un’altra stanza. Dentro questa sensazione personale — che non ha niente di mitologico e tutto di quotidiano — si inserisce anche la loro storia. E la cosa sorprendente è che non c’è nulla di eroico. Nessuna leggenda maledetta, nessun racconto edificante da rock biography. Solo ostinazione. Una quantità assurda di lavoro, studio, ascolto, dedizione. Due fratelli che sembrano aver preso la musica non come scorciatoia identitaria, ma come ambiente naturale in cui abitare. Ed è proprio questo che rende tutto così difficile da liquidare con il solito scherno da fine epoca. Perché alla fine il punto non è che i Lemon Twigs ricordino il passato. Il punto è che, ascoltandoli, per un momento smetti di percepire il tempo come una linea chiusa e irreversibile. Le loro canzoni danno la sensazione rarissima che certe idee musicali non siano morte, ma semplicemente rimaste in attesa che qualcuno torni a prenderle sul serio. E quando succede, quando quella continuità improvvisamente si riattiva, provi qualcosa che assomiglia meno alla nostalgia e più alla legittimazione. Come se una parte della tua testa dicesse: ah, quindi era ancora possibile. E ringrazi.
Se si volesse raccontare i Lemon Twigs nel modo più semplice, si potrebbe dire che sono due fratelli di Long Island che suonano musica come se fosse l’unica cosa sensata da fare nel 2026. Ma sarebbe una semplificazione un po’ ingiusta, perché non spiega la cosa più importante: non danno mai l’impressione di ricostruire qualcosa. Piuttosto, sembrano uno di quei casi rari in cui la musica che amano è anche la lingua in cui pensano. E questa cosa, a quanto pare, comincia molto presto. Brian da bambino davanti a una tastiera troppo grande per lui, a cercare di suonare Strawberry Fields Forever senza riuscirci, fino al punto in cui la frustrazione diventa pianto. Non è solo una scena tenera da archivio familiare: è praticamente una dichiarazione di intenti involontaria. Non importa che non riesca. Importa che ci stia provando come se fosse una questione personale. E in effetti, per lui, lo è sempre stata. Michael è lì accanto, nello stesso ambiente colmo di musica, strumenti, dischi, influenze che non si chiamano ancora influenze ma semplicemente cose che girano per casa. Il padre Ronnie è musicista, quindi la musica non è un’opzione: è l’aria. E come spesso succede in queste storie, nessuno si accorge che sta nascendo una band finché la band non esiste già da un po’. Perché se è vero che il pop è una forma di mitologia moderna — riff, cori, ritmi che si infilano nella vita delle persone e la marchiano sentimentalmente — allora i Lemon Twigs stanno in una specie di continuum emotivo in cui Big Star, Roy Wood, Todd Rundgren, il Brill Building esistono ancora nello stesso presente. Quando uscirono con Do Hollywood, nel 2016, sembravano una specie di scherzo perfetto: adolescenti virtuosissimi, teatrali, pieni di armonie impossibili e canzoni che parevano recuperate da una vecchia radio a transistor. La reazione del pubblico fu quella classica: entusiasmo e sospetto insieme. Da un lato la sensazione di qualcosa di incredibilmente fuori tempo massimo, dall’altro la domanda implicita: è solo stile? È solo citazione? Ma chi li ascolta con un po’ più di pazienza capisce che la risposta è no, o comunque non solo. Perché il punto non è mai stato rifare gli anni Sessanta. Il punto è usare gli anni Sessanta come linguaggio emotivo. Con il tempo, questa cosa si complica. Perché non sono una band che resta ferma su una sola idea. Il loro percorso passa da dischi più variegati e istrionici a lavori più narrativi, fino a una specie di ritorno alla canzone più diretta, più fragile, più esposta. Quando fecero Go To School, un concept album barocco su una scimmia adottata da esseri umani e spedita nel sistema scolastico americano, naturalmente fu un disastro. Ed è impossibile non amarli anche per questo. Perché da lì in avanti hanno smesso di sembrare una curiosità retro e hanno iniziato lentamente a costruire un linguaggio personale. Songs For The General Public nasce così, con un titolo che esiste prima del disco stesso, quasi come una promessa fatta in anticipo. L’idea è semplice e anche un po’ ingenua: scrivere canzoni che parlino a chiunque. Ma chiunque, nel loro caso, non significa banalizzare. Significa togliere stratificazione superflua senza perdere intensità. Brian lo spiega in modo molto poco romantico: dopo il primo disco, c’era voglia di dimostrare versatilità. Dopo il secondo, invece, la scrittura si era spostata verso qualcosa di più consapevole, più attento alla forma della canzone in sé. E a un certo punto, senza un vero piano, le cose iniziano a diventare più dirette. Meno costruzione concettuale, più impatto emotivo immediato. In parallelo, però, la loro vita musicale continua a essere fatta di eccessi controllati. Album come Everything Harmony e A Dream Is All We Know non erano semplici omaggi: erano il tentativo di immaginare cosa sarebbe successo se quella linea evolutiva del pop non si fosse mai interrotta. A Dream Is All We Know, soprattutto, aveva qualcosa di profondamente commovente. Registrato interamente in analogico, pieno di violoncelli, theremin, clavicembali, Rickenbacker e armonie che sembravano galleggiare fuori dal tempo, il disco costruiva una specie di geografia immaginaria che i fratelli D’Addario chiamavano merseybeach: un luogo mentale in cui la California dei Beach Boys e la Liverpool del merseybeat convivevano nella stessa eterna estate. Dentro quelle canzoni succedeva continuamente qualcosa di miracoloso. Church Bells trasformava il pop orchestrale in una lettera d’amore transatlantica. How Can I Love Her More? partiva come una filastrocca romantica e finiva dentro una spirale emotiva. Sweet Vibration sembrava un inno alla ricerca del proprio posto nel mondo cantato da qualcuno che, nonostante tutto, crede ancora nella felicità. Peppermint Roses mescolava dubbi identitari lennoniani e sfrontatezza alla Ray Davies. E Rock On (Over and Over) riportava il glam primitivo dei T. Rex dentro una cameretta piena di poster e sogni adolescenziali. Ascoltare quel disco significava ricordarsi che la meraviglia è una forma di intelligenza. Che crescere non dovrebbe implicare automaticamente diventare cinici. E infatti il passo successivo non poteva che essere quello di lasciare entrare il mondo reale dentro il loro universo analogico. Registrazioni in posti diversi, tra New York e San Francisco, un ingegnere del suono che diventa parte integrante del processo, e soprattutto una sensazione molto chiara: questa volta si sta cercando qualcosa di più intimo. Perché improvvisamente non c’è più il limite tecnico a guidare le scelte, ma solo il gusto. E il gusto, quando sei ossessionato dalle canzoni, è una cosa pericolosa. In quel periodo, il loro ascolto si sposta verso forme più delicate, sorprendenti per varietà e ricchezza: Simon & Garfunkel, Arthur Russell, Moondog, i Tages. Musica in cui la forza non sta nel volume ma nella precisione delle sfumature. E questo si riflette nelle canzoni: armonie più esposte, arrangiamenti più delicati, meno bisogno di riempire ogni spazio. Brian, da parte sua, continua a lavorare con la chitarra, cercando suoni che reggano da soli. Michael invece si sposta spesso al pianoforte, come se avesse bisogno di una struttura diversa sotto le mani. Due approcci separati che però convergono sempre nella stessa ossessione: la melodia deve essere inevitabile, come la connessione tra la causa e l’effetto fisico. E dentro questa idea di inevitabilità ci sono anche i momenti più tecnici, quasi segreti. Il modo in cui costruiscono le sezioni centrali delle canzoni, per esempio. Non come appendici, ma come deviamenti necessari. Prima nasce l’idea iniziale, poi qualcosa che sembra un’altra canzone, e solo dopo si capisce dove collocarla. A volte dopo il bridge, a volte prima. Mai in modo casuale, anche quando sembra casuale. È una forma di artigianato che loro stessi faticano a spiegare senza ridurla. Nel frattempo, il rapporto tra i due fratelli resta il vero centro gravitazionale di tutto. Non sempre simmetrico, non sempre facile, ma costante. Michael può costruire una canzone intera da solo, stratificandola fino a farla sembrare una band completa. Brian può partire da una linea melodica e costruirci intorno un mondo più controllato, più architettonico. E quando queste due cose si incontrano, il risultato non è una media ponderata, ma una tensione produttiva. A volte la canzone di uno costringe l’altro a riconsiderare ogni cosa che aveva scritto. In mezzo a tutto questo, c’è anche il rapporto con le influenze, che nel loro caso non è mai una lista decorativa ma una specie di vocabolario sentimentale, anche quelle più sorprendenti, lontane. I Beatles non sono un riferimento: sono un codice normativo. Cat Stevens non è un’ispirazione: è un modello di possibilità melodica. John Prine non è un autore amato: è un modo di capire cosa significa scrivere parole che pesino. Quando parlano di musica, inevitabilmente finiscono dentro quei territori. Lennon, McCartney, Revolver, Rubber Soul, Plastic Ono Band. Non come esercizio di fandom, ma come sistema di coordinate. E poi ci sono le cose che arrivano dall’esterno: Elton John che li elogia, Iggy Pop, Gerard Way, Simon Neil che li definisce la band più interessante del secolo. Commenti che per chiunque altro sarebbero carburante per l’ego, ma che per loro diventano qualcosa di più indistinto. E perché no, quella scena che sembra uscita da un film in technicolor, ma è accaduta realmente. È il 20 giugno 2024 e Brian Wilson, il genio fragile che ha dato voce al mare, compie 82 anni. Nella sua casa in California, l’aria è densa di quella malinconia dorata che solo i Beach Boys sanno evocare. Tra gli invitati, spiccano due ragazzi che sembrano aver viaggiato nel tempo: Brian e Michael D’Addario. Per loro, stare lì non è solo un invito a una festa; è un pellegrinaggio al centro estivo del loro universo musicale. Immaginali seduti attorno al pianoforte, lo strumento che ha partorito Pet Sounds. Sono lì per onorare il loro padre spirituale. Non c’è traccia di un paralizzante timore reverenziale, ma solo una devozione vibrante. Insieme ad amici e familiari, intonano i classici. Quando partono le armonie di Surfer Girl o le vette celestiali di God Only Knows, le voci si intrecciano con una precisione quasi genetica. In quel momento, il cerchio si chiude. Brian Wilson, perso nei suoi pensieri, osserva questi due ragazzi che hanno studiato ogni sua singola nota, ogni inversione di accordo, ogni cambio di tonalità. Due fratelli che ancora oggi lo proteggono, mantenendo accesa quella vibrazione positiva in un mondo che sembra averla dimenticata. Una specie di conferma temporanea che non risolve il dubbio principale: se quello che stanno facendo è il meglio possibile. Perché è lì che tutto si gioca. Non nella sicurezza, ma nella continua sensazione che si potrebbe sempre sbagliare. Che si potrebbe avere due o tre dischi buoni e poi perdersi. Che il giudizio esterno conta, ma non è mai definitivo. Che perfino l’apprezzamento va trattato con cautela, perché può cambiare in qualsiasi momento. Eppure, nonostante tutto questo, continuano. Non per convinzione ideologica. Non per un piano di carriera. Ma per qualcosa di molto più semplice e molto meno elegante: perché scrivere canzoni, per loro, è ancora l’unico modo sensato di stare dentro la vita senza sentirsi completamente fuori asse. E forse è questo il punto che resta alla fine, quando si mettono insieme tutte le versioni della loro storia. Due fratelli di Long Island che suonano come se fosse l’unica cosa sensata da fare nel 2026, una quantità spropositata di musica assorbita da bambini, una vita passata a trasformare quell’assorbimento in canzoni sempre più precise, sempre più consapevoli, sempre più difficili da smettere di inseguire. E una sensazione costante che il pezzo migliore non sia ancora stato scritto. O, più realisticamente, che anche quello appena scritto sia già diventato il prossimo punto da superare.
C’è un momento preciso, credo, in cui capisci che la musica non serva più soltanto a riempire il silenzio. È quando inizi a usarla come rifugio. O peggio: come prova che il mondo, nonostante tutto, possieda ancora un ordine segreto. Succede magari a sedici anni, o a quarantadue, o a sessanta, davanti a una canzone che sembra arrivare da un’epoca che non hai vissuto o hai sfiorato e che però riesce a parlarti meglio del tuo presente. Ed è più o meno lì che finiscono per trovarti i Lemon Twigs. Nessuno dovrebbe ancora credere nelle armonie vocali dei Beach Boys, nelle dodici corde dei Byrds, nei ritornelli costruiti come cattedrali pop dai Beatles o nei piccoli drammi sentimentali dei Kinks. Eppure Brian e Michael D’Addario continuano a farlo con una convinzione quasi disarmante. Con Look For Your Mind! succede esattamente questo. Per la prima volta Brian e Michael aprono la porta dello studio ai loro musicisti — Danny Ayala, Reza Martin, Eva Chambers delle Tchotchke — e il suono cambia. Diventa più vivo, più fisico, meno controllato. Le canzoni conservano le armonie perfette e l’ossessione melodica di sempre, ma acquistano una nuova energia da band autentica. Perché il sesto album dei Lemon Twigs non è soltanto un’altra dichiarazione d’amore alla storia del rock, è il momento in cui ssmettono di sembrare uno straordinario progetto e diventa un gruppo nel senso più fisico e immediato del termine. Look For Your Mind! respira. Si muove. Suda. Ha il suono di persone nella stessa stanza che si guardano e spingono insieme i pezzi in avanti. La title track parte come un botto: chitarre byrdsiane, batteria, armonie vocali «Look for your mind / It’s hard to find / Something must have taken it away / Yeah, you’re a dog who’s had his day», cantano, invitando a cercare la propria mente come se fosse rimasta l’ultima forma possibile di resistenza spirituale in un’epoca sempre più confusa e contraffatta. Dentro il brano c’è tutto il codice genetico della band. In 2 Or 3 viene spontaneo controllare gli autori per vedere se per caso compaia il nome del ragazzo che sentiva le sinfonie di Dio nel rumore del vento. Il brano racconta l’insicurezza sentimentale con la goffa dolcezza di qualcuno che si sente troppo semplice per il mondo sofisticato della ragazza che ama: un’insicurezza minuscola, quotidiana, ma trattata con il peso emotivo di una tragedia cosmica. Melodie elementari solo in apparenza, strumenti che si intrecciano con una complessità quasi invisibile, malinconia nascosta sotto la luminosità del pop. I Beach Boys, del resto, sono ovunque dentro Look For Your Mind!. Gather Round possiede quel candore infantile tipico del periodo post-Smile, mentre Mean To Me sembra letteralmente evocata durante una seduta spiritica dedicata al Brian Wilson più sentimentale. È qui che il disco compie il suo piccolo miracolo. Perché ascoltando una canzone come I Just Can’t Get Over Losing You — una fetta di pop così perfetta da sembrare quasi illegale nel ventunesimo secolo — si potrebbe facilmente liquidare il gruppo come dei formidabili imitatori. Ma basta poco per capire che dietro c’è molto di più. C’è una qualità di scrittura troppo sincera, troppo vulnerabile, per ridursi a pastiche. Brani come Joy, con i suoi archi che farebbero pensare a un giovane Paul Simon in stato di grazia, oppure Bring You Down, che fonde George Harrison, surf e armonie in una collisione impossibile, dimostrano quanto riescano ormai a usare il linguaggio del passato per parlare direttamente del presente. Ed è proprio qui che emerge il vero cambiamento rispetto ai lavori precedenti. Per la prima volta nei loro dischi compare apertamente la paura contemporanea. In Bring You Down, Brian canta: «They’re gonna take my job and give it to a metal machine / If I don’t make some money soon, I don’t know where I’m bound / All I know is that the man was made just to bring you down.» È una frase che arriva quasi di nascosto dentro un pezzo gioioso e velocissimo, una specie di Surfin’ USA passato attraverso l’ansia economica del ventunesimo secolo. Dentro quella canzone convivono precarietà lavorativa, intelligenza artificiale, alienazione moderna, affitti impossibili, algoritmi e paura del futuro. Musica scritta nell’epoca dei guru contraffatti della Silicon Valley. E probabilmente è proprio questa collisione tra innocenza e modernità a rendere i Lemon Twigs qualcosa di unico. Eppure, Brian e Michael continuano ostinatamente a credere nei ritornelli, nell’amore, nella gentilezza, nella possibilità di una riconciliazione umana. In Gather Round sembrano addirittura implorare un ritorno alla collettività con un candore così poco contemporaneo da risultare quasi sovversivo. Michael è il più sarcastico, nervoso, tagliente. Brian invece appare completamente vulnerabile: romantico, passionale, incapace di smettere di sperare anche quando tutto intorno suggerirebbe il contrario. Anche nei momenti più energici, come Nothin’ But You — power pop con groove, chitarre e voci — oppure I Hurt You, più aperta e folk, affine alla delicatezza di Everything Harmony, i Lemon Twigs riescono sempre a mantenere un equilibrio rarissimo tra precisione tecnica e spontaneità emotiva. Il disco suona più diretto, più suonato, pronto a salire sul palco, perfino più sporco rispetto ai precedenti, ma la costruzione dei pezzi resta sofisticatissima. Ogni armonia è al posto giusto. Ogni modulazione sembra necessaria. Ogni arrangiamento nasconde dettagli che continuano ad aprirsi dopo ascolti ripetuti. E poi c’è quel dettaglio finale: il padre Ronnie che legge le parole di William Butler Yeats nella traccia conclusiva Your True Enemy, a nastro invertito. Un gesto insieme colto, ironico, adolescenziale e profondamente poetico. In fondo tutta la musica dei Lemon Twigs vive lì dentro: nel desiderio quasi disperato di continuare a giocare seriamente con la storia del pop. La verità è che Brian e Michael D’Addario hanno capito una cosa semplicissima che moltissimi musicisti contemporanei sembrano aver dimenticato: la musica non deve necessariamente essere scaltra per essere intelligente. Può essere sincera. Può perfino essere ingenua. Quando nel 2020 pubblicarono Songs For The General Public, il mondo si stava richiudendo su sé stesso. La pandemia avanzava, i lockdown serravano le città e quel disco sembrava arrivare da un’altra epoca: un’esplosione di sunshine pop e fantasia così precisi da dare l’impressione che qualche brano potesse comparire da un momento all’altro nel walkman di Star-Lord. Ma proprio quell’interruzione forzata cambiò qualcosa nella traiettoria della band. Con il tempo improvvisamente sospeso e giornate intere da riempire, Brian e Michael iniziarono lentamente a spostare il proprio baricentro creativo. Michael avrebbe poi spiegato la svolta con una frase semplicissima: «Abbiamo iniziato a fare i dischi che noi stessi avremmo voluto ascoltare.» Dietro quella dichiarazione apparentemente innocua c’era in realtà un cambio di prospettiva enorme. Non più soltanto il piacere virtuosistico della citazione o dell’imitazione perfetta, ma la ricerca di una forma più personale, più fragile, quasi domestica. Come direbbe Robert Louis Stevenson «chi non ha cercato tesori nascosti non è mai stato bambino» e i tesori di questo album stanno dentro solchi scavati sul palmo di una mano.


