THUNDERCAT - DISTRACTED
(Brainfeeder 2026)
Fin dagli esordi, sospesi tra la leggerezza di una prima apparizione come ospite nel brano MmmHmm di Flying Lotus nel 2010 e il debutto discografico dell’anno successivo con The Golden Age of Apocalypse, la traiettoria artistica di Thundercat ha progressivamente assunto i contorni di una forma espressiva personale e immediatamente riconoscibile. Un linguaggio radicato nella propria storia familiare e musicale, attraversato da influenze profonde: il padre impegnato accanto al sassofonista Gary Bartz, il fratello Ronald Jr. vicino a figure come Wayne Shorter e Roy Hargrove, e lui stesso in tour con Stanley Clarke. Il basso a sei corde di Stephen Bruner non è solo uno strumento: è un’astronave ormeggiata al centro di un crocevia sonoro dove il passato del jazz incontra un futuro psichedelico. Conosciuto come Thundercat, questo musicista ha saputo trasformare il virtuosismo tecnico in una narrazione emotiva, diventando l’architetto di un suono che è insieme colto e spensierato. La sua musica è un prisma. Da una parte riflette la luce dorata del jazz anni Settanta, ereditando il genio di George Duke e Stanley Clarke; dall’altra si frantuma nei ritmi spezzati dell’elettronica di Los Angeles, sotto l’ala protettrice di Flying Lotus. Non è soltanto una questione di virtuosismo tecnico a definire il suo stile: nelle sue dita si avverte il peso concreto delle esperienze maturate nei club insieme ai Suicidal Tendencies, a questo si intreccia una sensibilità visiva fortemente segnata da un immaginario fatto di anime e videogiochi, una componente cromatica che attraversa la sua musica e ne orienta la forma. Le tracce si configurano così come brevi sequenze animate, frammenti sonori che ricordano piccoli cartoni, dove ogni elemento musicale assume una propria identità dinamica, trasformandosi in un personaggio in continuo movimento all’interno di una narrazione fluida e stratificata. In un’epoca di generi definiti da algoritmi, Thundercat ha scelto la libertà. Il suo suono corre agile tra armonie complesse, mentre la sua voce, un falsetto vellutato che sembra fluttuare nel vuoto cosmico, canta di gatti, solitudine e viaggi interstellari. Non è solo R&B, non è solo jazz, non è solo funk: è un ecosistema vibrante dove la tecnica più estrema si mette al servizio del gioco. Thundercat è il ponte tra il rigore di Miles Davis e la cultura pop, un artista che ha saputo rendere il basso il protagonista assoluto di una nuova, eccentrica mitologia musicale.
Per Stephen Bruner, il confine tra la realtà di Los Angeles e i fotogrammi della Neo-Tokyo non è mai esistito. Se il suo basso è il motore di un’astronave, il carburante è un’estetica figlia del Sol Levante: Thundercat non si limita a citare gli anime, li abita, trasformando la loro frenesia visiva in una grammatica musicale senza precedenti. Non è la passione superficiale di un collezionista, ma una simbiosi d’identità. Quando sale sul palco indossando i panni di Vegeta o della Rei Ayanami di Neon Genesis Evangelion, sta compiendo un atto politico e creativo: rivendica il diritto di un musicista di essere un nerd assoluto, fondendo la complessità armonica di Herbie Hancock con il surrealismo di Hideaki Anno. In brani come Dragonball Durag, il feticcio della cultura pop diventa il perno di una narrazione soul, ironica, dove l’eroismo di Goku si scontra con la goffaggine dei sentimenti quotidiani. Questa ossessione ha trovato il suo compimento definitivo nel sodalizio con Shinichirō Watanabe, storico regista di Cowboy Bebop. Collaborando alla colonna sonora di Carole & Tuesday, Bruner ha chiuso un cerchio perfetto: lui, cresciuto proprio con il mito di Cowboy Bebop, è diventato ufficialmente parte del canone che lo ha generato. La sua musica è oggi l’equivalente sonoro di un sakuga – quei momenti di animazione giapponese in cui la qualità del disegno esplode in un tripudio di dettagli e dinamismo: un flusso costante di arpeggi velocissimi, falsetti eterei e una malinconia futuristica che sembra uscita direttamente dai vicoli piovosi di Akira. Thundercat ha dimostrato che il jazz del ventunesimo secolo non si ritrova nei conservatori polverosi, ma brilla tra i pixel di una serie sci-fi e le corde di un basso a sei corde, cucendo insieme due mondi che, prima di lui, non sapevano di parlare la stessa lingua.
All’interno di questa costellazione si inseriscono collaborazioni cruciali, come quella con Kamasi Washington nel collettivo West Coast Get Down, o il dialogo creativo e costante con Flying Lotus, oltre alle sessioni condivise nel passato con il pianista Austin Peralta. Un percorso che ha consolidato una credibilità jazzistica solida, pur restando aperto a continue trasformazioni. Nel nuovo lavoro Distracted, questa identità si espande ulteriormente. Alla dimensione improvvisativa e futuribile si affianca una superficie melodica più accessibile, costruita anche attraverso la collaborazione con il produttore Greg Kurstin, mentre l’insieme assume sfumature ibride grazie alla presenza di artisti come Tame Impala, A$AP Rocky, Willow, Lemon Twigs e un contributo postumo di Mac Miller. Alla base di tutto resta una visione del jazz come materia fluida, impossibile da confinare in definizioni rigide. L’elemento centrale si colloca nell’improvvisazione, intesa come muscolo creativo, una pratica che permette al linguaggio musicale di evolversi e sfuggire alle categorie. Il jazz, più che uno stile, emerge come fondamento, una grammatica attraverso cui esprimersi e costruire nuove forme, uno spazio in cui l’identità dell’artista coincide con lo strumento utilizzato per comunicare. All’interno di Distracted convivono molteplici dimensioni: composizione, produzione, scrittura, esecuzione strumentale. Una molteplicità che riflette un tempo in cui la tecnologia frammenta e amplifica i ruoli, rendendo possibile una gestione diretta e simultanea di ogni aspetto creativo. Le diverse identità non si escludono, ma si alimentano reciprocamente, intervenendo di volta in volta dove necessario. Il lavoro su Candlelight, insieme a Domi Louna e JD Beck, rappresenta bene questa dinamica: la creazione musicale procede in continuità con ciò che avviene anche al di fuori delle etichette professionali. I ruoli diventano quindi strumenti funzionali più al mercato che alla sostanza del processo creativo. In questa prospettiva, figure come Quincy Jones assumono un valore emblematico. La crescita artistica si lega inevitabilmente alle relazioni, a un intreccio di esperienze condivise che si trasformano in linguaggio comune. Un sistema complesso, organico, che richiede studio, curiosità e la volontà di esplorare territori sconosciuti. Tuttavia, al centro di tutto, resta sempre un gesto essenziale: imbracciare il proprio strumento, lasciando che la musica si sviluppi anche attraverso altri canali. Nel tempo, l’identità artistica ha iniziato a superare il semplice ruolo di bassista. Il nome stesso, Thundercat, ha acquisito una dimensione autonoma, quasi simbolica, che richiede un adattamento continuo. Una consapevolezza maturata gradualmente, fino a riconoscere che quel nome rappresenta ormai qualcosa di più ampio della sola pratica musicale. La genesi di Distracted appare inizialmente indefinita, priva di una forma chiara. Solo negli ultimi mesi il progetto ha assunto contorni riconoscibili, anche grazie a un cambiamento nei processi creativi e al passaggio di consegne tra Flying Lotus e Greg Kurstin. A influenzare profondamente il percorso sono stati eventi personali intensi, capaci di disorientare e ridefinire la percezione stessa del lavoro artistico. Tra questi, la morte di Mac Miller emerge come un momento decisivo. La collaborazione presente nell’album si carica così di un valore emotivo particolare: un ricordo vivido, legato a un preciso momento, a un luogo e a una sensazione rara. Il brano She Knows Too Much si configura come una sorta di cerchio perfetto, una sintesi spontanea delle identità di entrambi, nata dopo un periodo di distanza e segnata da una forte intensità emotiva. Un incontro percepito come nuovo e al tempo stesso profondamente radicato, quasi riconoscibile nella sua autenticità. La capacità di Greg Kurstin di dare forma alle idee si manifesta attraverso un approccio apparentemente strutturato, ma in realtà aperto e imprevedibile. Un metodo che unisce precisione e libertà, evocando riferimenti che spaziano da Frank Zappa a Milton Nascimento, in un continuo oscillare tra ordine e caos creativo. Sul fondo, resta il legame con Los Angeles, una città percepita come spazio formativo e comunità viva, capace di attraversare epoche e trasformazioni. Solo a distanza di tempo emerge la portata di quelle connessioni: prove in garage, primi concerti, amicizie destinate a diventare percorsi artistici riconosciuti. Figure come Kamasi Washington e il compositore Miguel Atwood-Ferguson si collocano all’interno di una rete di collaborazioni stabili e interconnesse, in cui il percorso individuale si intreccia con un ecosistema creativo condiviso. La consapevolezza di quel privilegio arriva solo in seguito, osservando le nuove generazioni crescere in un contesto radicalmente diverso, mediato dalla tecnologia. In passato, il fulcro erano le relazioni dirette, gli incontri, le esperienze comuni. In questo quadro si definisce l’idea del musicista come artigiano, una figura legata a una pratica quotidiana, continua, spesso precaria. Un percorso fatto di concerti nei contesti più disparati, audizioni, compensi incerti, riconoscimenti intermittenti. Il successo non appare come un punto di arrivo stabile, ma come la capacità di sopravvivere e continuare a creare. Un equilibrio fragile, mai garantito, in cui ogni occasione di suonare rappresenta, comunque, un risultato.
A un certo punto, negli uffici della Brainfeeder Records, qualcuno ha dovuto prendere una decisione che somigliava più a un azzardo che a una strategia: affidare i quindici brani a Greg Kurstin —produttore capace di passare da Adele a Beyoncé — e lasciargli modellare il nuovo disco di Thundercat. Per capire quanto questa scelta fosse radicale, basta guardare al passato. Tutti i suoi precedenti lavori solisti erano stati accompagnati da Flying Lotus: quattro album costruiti in dodici anni di sessioni irregolari, labirintiche, spesso dominate da deviazioni che sfuggivano alla forma classica della canzone. Distracted rompe quella traiettoria. Flying Lotus compare appena, mentre Kurstin prende il controllo della maggior parte del progetto, affiancato da contributi mirati. Eppure, ridurre tutto a una questione produttiva sarebbe fuorviante. Il vero cambiamento è personale. Nei sei anni che separano questo disco da It Is What It Is, Bruner ha attraversato una trasformazione profonda: ha smesso di bere, ha perso peso, ha iniziato a fare boxe. Ma la sobrietà non ha portato chiarezza assoluta. Piuttosto, ha lasciato emergere con più forza un nodo irrisolto: la difficoltà di funzionare, di restare concentrato, di abitare pienamente la propria vita. Ed è qui che entra in gioco ciò che rende Thundercat così magnetico. Sarebbe facile dire che è semplicemente cool — per l’estetica, per il suono, per la naturalezza con cui attraversa mondi diversi, da Kendrick Lamar agli anime giapponesi. Ma se fosse solo questo, probabilmente risulterebbe insopportabile. Invece, sotto quella superficie impeccabile, resta un romanticismo disarmante, quasi ingenuo, e una vulnerabilità mai completamente risolta. Distracted prende forma proprio in questa tensione. È, in fondo, un album per cuori spezzati. La prima parte si muove tra relazioni incerte, amicizie fragili e desideri che si inceppano. In No More Lies, Kevin Parker canta il rifugio della solitudine. In I Did This to Myself, Thundercat ammette con ironia di essersi ridicolizzato inseguendo l’attenzione di qualcuno, mentre Funny Friends restituisce il senso sospeso di chi resta in attesa, senza risposte. Ma è con She Knows Too Much che il disco si carica di un peso diverso. La presenza di Mac Miller — registrata prima della sua morte — trasforma il brano in qualcosa che va oltre la collaborazione. La sua voce è viva, contraddittoria, a tratti brutale. Oscilla tra desiderio e fastidio, tra attrazione e biasimo, salvo poi fermarsi, correggersi, rivelando una fragilità improvvisa. Non è un tributo costruito: è un frammento di realtà rimasto sospeso nel tempo. Da qui in avanti, il disco cambia gradualmente direzione. L’ironia resta, ma si fa più sottile, meno difensiva. In This Thing We Call Love, condivisa col rapper Channel Tres, e in ThunderWave, insieme a Willow, l’amore appare fluido, instabile, attraversato da riferimenti alla fantascienza e alla cultura pop che non suonano mai forzati. È il linguaggio naturale di Thundercat: anime, spazio, immaginario nerd come strumenti per raccontare la vicinanza emotiva. Eppure, più ci si avvicina alla seconda metà, più il tono si fa introspettivo. Pozole abbandona ogni ironia per interrogarsi sull’identità stessa: mostrarsi agli altri serve, se non si è certi di chi si è? Scritta a sei mani con i fratellini Brian e Michael D’Addario dei Lemon Twigs, Pozole segna un punto di rottura stilistico. Dimenticate i giri di basso ipercinetici a cui ci ha abituati: qui Stephen Bruner si spoglia dei suoi superpoteri per sedersi al pianoforte. L’inizio è pastorale, un arrangiamento che richiama le armonie malinconiche dei Beach Boys dell’era Pet Sounds. Il brano si sviluppa come un dialogo intimo tra il passato e il presente mentre le voci dei Lemon Twigs si intrecciano a quella di Thundercat in un coro etereo, il testo scava nell’incapacità di essere pienamente compresi dagli altri. «I can only show you exactly who I am,» canta, trasformando una pietanza messicana in una metafora di calore domestico e radici che cercano di non spezzarsi sotto il peso della fama. In A.D.D. Through The Roof, l’ansia e la distrazione emergono con una dolcezza inattesa, quasi fossero segnali di vita più che difetti da correggere. Bruner ha raccontato come proprio questa dispersione fosse intrecciata al suo passato da alcolista: un modo distorto per trovare concentrazione. Il momento più concreto, quasi quotidiano, arriva con Great Americans. Qui Thundercat racconta una giornata che si sgretola lentamente: il risveglio confuso, le chiamate ignorate, le conversazioni con gli animali domestici, il tentativo inutile di pulire casa. Nulla si compie realmente. Solo una frase resta sospesa, come una diagnosi mancata: «Cause I’m overwhelmed.» Anche nei passaggi più riflessivi, però, non scompare mai quella capacità di oscillare tra profondità e leggerezza. In What Is Left to Say (sempre coi Lemon Twigs), una delle intuizioni più lucide del disco— i sentimenti paragonati a bambini in auto — viene immediatamente seguita da una battuta che spezza la tensione. È questa alternanza continua a definire Thundercat: sincerità e ironia, osservazione e fuga. Nel frattempo, la produzione di Kurstin lavora in sottrazione. Dove in passato le canzoni si perdevano in lunghe derive strumentali, qui tutto è più diretto, più arioso. Le canzoni prendono fiato. E Thundercat si concentra su dettagli minimi: un messaggio non inviato, una colazione bruciata, una scusa sbagliata, un addio mai detto. Il percorso si chiude con You Left Without Saying Goodbye, che non offre una vera risoluzione, ma qualcosa di più sottile: un’accettazione. Respirare, andare avanti, convivere con quella sensazione indefinita che accompagna ogni relazione, ogni perdita. Paradossalmente, è proprio nelle sue contraddizioni che Distracted trova la sua forma più compatta. Un disco sulla dispersione che suona centrato, un lavoro che tiene insieme tutte le versioni di Thundercat — il virtuoso, il nerd, il romantico, l’uomo in crisi — senza mai ridurle a una sola. Alla fine, l’immagine che resta è lontana da quella del genio eccentrico. È quella di un uomo di quarantun anni, sobrio, che parla con i suoi gatti, passa l’aspirapolvere senza motivo e si interroga sul proprio posto nel mondo. Le battute ci sono ancora, costanti. Ma non servono più a nascondersi. E forse è proprio qui che Thundercat smette di essere soltanto cool — e diventa qualcosa di molto più difficile da ignorare.


